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Fr. Timothy Radcliffe, op: “I gay possono diventare preti?”

fr Timothy Radcliffe

Per questo articolo, pubblicato il 27 novembre 2005 su The Tablet, fr Radcliffe op fu accusato di mantenere posizioni contrarie al Magistero della Chiesa e i suoi accusatori lo hanno talmente perseguitato che nel 2014 non volevano che parlasse all’istituto della Divina Misericordia a Dublino. Vi proponiamo l’articolo nella traduzione del Progetto Gionata, un progetto culturale volto a far “conoscere il cammino che i credenti omosessuali fanno ogni giorno nelle loro comunità e nelle varie Chiese”.

Fr. Timothy Radcliffe, op: “I gay possono diventare preti?”

Due settimane fa, mi trovavo in Nuova Scozia, per predicarvi un ritiro ai vescovi e ai preti dell’Est del Canada. Un prete è venuto allora da me e mi ha dato un pezzo di carta su cui aveva scritto una domanda che era troppo imbarazzato a porre direttamente: “Con questo documento sull’ammissibilità dei gay al sacerdozio, non sono più il benvenuto? Le persone come me dovrebbero sentirsi come preti di seconda classe?”.

Questa domanda me la sono sentita porre, sotto varie forme, da preti di tutte le parti del mondo. Il documento del Vaticano sull’omosessualità e il sacerdozio crea molta angoscia. Ecco perché dobbiamo sforzarci di capire esattamente che cosa contiene. Fin dall’inizio, ci sono due principi che dobbiamo ricordare. Innanzitutto, dobbiamo dare al documento un’interpretazione la più positiva possibile.

Non si tratta di attribuirgli, per forza, una piega positiva, ma di tentare di discernere le vere intenzioni degli autori. I nostri media moltiplicano le accuse e questo documento sarà denunciato come un altro attacco contro le persone omosessuali.

La stessa denuncia si fa anche sentire in seno alla Chiesa. La Congregazione della Dottrina della fede ha spesso dato interpretazioni sbagliate a scritti di teologi.

A loro volta, certi teologi pubblicano interpretazioni francamente negative dei documenti del Vaticano. Niente di buono può venire da Roma!

Come Chiesa, dobbiamo trovare altri mezzi per ascoltarci gli uni gli altri e per prestare veramente attenzione a ciò che è detto. È una questione di giustizia e di buona fede.

In secondo luogo, la vocazione sacerdotale è una chiamata di Dio. È vero che questa chiamata, come afferma il documento, “è ricevuta dalla Chiesa, nella Chiesa e per il servizio della Chiesa”, ma è Dio che chiama.

Avendo lavorato con vescovi e preti diocesani e religiosi di tutto il mondo, non ho alcun dubbio che Dio chiama degli omosessuali al sacramento dell’Ordine; e si dà il caso che io ne annoveri tra i preti più impegnati e che più colpiscono, che abbia conosciuto.

Così, nessun prete convinto della sua vocazione dovrebbe pensare che questo documento lo classifichi come anormale. E possiamo presumere che Dio continuerà a chiamare degli omosessuali come degli eterosessuali al sacerdozio perché la Chiesa ha bisogno delle qualità dei due.

La Chiesa ha il diritto e il dovere di fare seriamente prova di discernimento nell’ammissione al seminario. Quando il documento ricorda che ciò è diventato “più urgente nella situazione attuale”, bisogna senza dubbio presumere che si tratti della crisi d’abusi sessuali che ha scosso la Chiesa in Occidente.

Ci sono dunque due domande: questo documento offre buoni criteri per discernere chi ha la vocazione, e contribuirà a risolvere la crisi d’abusi sessuali?

Il documento insiste sul fatto che il candidato al sacerdozio deve avere raggiunto una maturità affettiva che “lo renderà capace di avere giusti rapporti con gli uomini e le donne, sviluppando in lui un vero senso della paternità spirituale nei confronti della comunità ecclesiale che gli sarà affidata”.

Lasciamo da parte per il momento la questione della “paternità spirituale” e fermiamoci a quella della maturità affettiva. Che cosa si intende con questa espressione?

Il documento stabilisce che la Chiesa “non può ammettere al Seminario e agli ordini sacri quelli che praticano l’omosessualità, presentano tendenze omosessuali profondamente radicate o sostengono ciò che si chiama la cultura gay”.

Il primo criterio è chiaro e netto. Ma la stessa esigenza potrebbe del tutto altrettanto applicarsi a quelli che sono attivamente eterosessuali. Il secondo criterio deve essere ugualmente chiarito. Che cosa si vuole dire con una “tendenza omosessuale profondamente radicata”?

L’esempio opposto offerto dal documento è quello della persona che passa per una fase temporanea d’attrazione omosessuale; è detto che in questo caso, il seminarista dovrà averla superata almeno tre anni prima del diaconato. Ciò non copre tutti i casi di seminaristi che riflettono sulla loro vocazione alla luce di questo documento.

Si può anche pensare che si tratti di un orientamento omosessuale permanente. Ma non è lì la questione poiché, come ho detto, esiste un gran numero di eccellenti preti che sono gay e che hanno manifestamente ricevuto una chiamata di Dio.

Può darsi che occorra piuttosto capire che il criterio si riferisca a qualcuno il cui orientamento sessuale è a tal punto centrale nella percezione che ha di sé stesso che prende un carattere ossessivo e che domina la sua immaginazione.

Ci si potrebbe allora domandare se un uomo simile sarebbe capace di vivere felice come prete celibe. Ma non è forse vero che anche ogni eterosessuale che fosse fortemente focalizzato sulla sua sessualità avrebbe problemi. Ciò che conta dunque, è la maturità sessuale piuttosto che l’orientamento sessuale.

Poi, c’è la questione del sostegno alla “cultura gay”. È vero che i preti e i seminaristi non devono frequentare i bar gay, e che i seminaristi non devono sviluppare uno sottocultura gay. Ciò sarebbe riconoscere come centrale nella loro vita ciò che non è per niente fondamentale.

I seminaristi devono imparare ad accettare pienamente il loro orientamento sessuale e ad essere soddisfatti del cuore che Dio ha dato loro; ma ogni sottocultura sessuale, che sia gay o etero, sarebbe perturbatrice in rapporto al celibato. Una sottocultura macho piena di sottintesi eterosessuali sarebbe del tutto altrettanto inappropriata.

Ma sostenere una “cultura gay” significa solo questo? Come afferma il documento, la Chiesa deve opporsi a ogni “discriminazione ingiusta” contro gli omosessuali, tanto quanto alla discriminazione razziale.

Così, tutti i preti devono porsi al fianco dei gay, ed essere visti al loro fianco, nei casi di soprusi verso di loro. Ciò solleva, evidentemente, problemi complessi.

Opporsi al matrimonio gay sarà considerato da certi come discriminazione, mentre l’insegnamento cattolico ufficiale non lo giudica così. Chiunque protesti contro una forma o l’altra di discriminazione susciterà una certa incomprensione. Ecco un rischio che conviene correre in certe circostanze.

Infine, c’è la questione della “paternità spirituale”. Ecco un concetto con cui non sono molto familiare. Solo gli eterosessuali possono offrire questa paternità? Eppure, questa è proprio l’opinione del Vescovo delle Forze armate americane che dichiarava recentemente: “Noi non vogliamo che la gente pensi, come lo crede la nostra cultura attuale, che non c’è vera differenza tra essere ‘gay o straight’, cioè omosessuali ed eterosessuali.

Crediamo che in ciò che concerne la nostra vocazione, c’è una differenza, e la nostra gente si aspetta di avere preti che costituiscano un solido modello di mascolinità”. Non posso credere che tale sia l’intenzione di questo documento. Esistono ben pochi segni di cristianesimo muscolare nel Vaticano.

Se il ruolo del prete fosse d’essere un modello di mascolinità, potrebbe corrispondere solo alla metà della comunità cristiana, e si potrebbe quindi mettere in rilievo che anche le donne dovrebbero essere ordinate allo scopo di assicurare il ruolo di modelli di femminilità.

Presumo che la “paternità spirituale” si eserciti prima di tutto con la dedizione agli altri e con la predicazione di una parola feconda, ma né l’una né l’altra riguardano l’orientamento sessuale.

È estremamente urgente che formiamo preti che abbiano raggiunto la “maturità affettiva” e che siano capaci d’avere giusti rapporti con gli uomini e con le donne.

Questo documento tenta di precisare criteri che aiuteranno a discernere questa maturità e mette l’accento su punti che sono innegabilmente importanti. Ma questi criteri devono essere applicati a tutti i candidati, qualunque sia il loro orientamento sessuale.

La nostra società dà spesso l’impressione che gli eterosessuali e gli omosessuali rappresentino due specie di esseri umani. Ma il cuore umano è complesso e i generi di desideri si muovono ed evolvono.

Ho conosciuto preti che, all’età di trent’anni, hanno pensato che erano gay e che hanno poi scoperto che non lo erano, e viceversa. Se dobbiamo formare preti che vivranno il loro celibato in maniera feconda, bisognerà che si sentano bene nella loro pelle, con tutta la complessità della loro vita emotiva, senza essere portati a pensare che quello è il cuore della loro identità.

È piuttosto Cristo. “…Ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3,2).

La nostra società è ossessionata dal sesso e la Chiesa dovrebbe servire da modello di accettazione sana e non compulsiva della sessualità. Il Catechismo del Concilio di Trento insegna che i preti dovrebbero parlare del sesso “moderatamente piuttosto che abbondantemente”.

Dovremmo mostrarci più preoccupati di quelli che i nostri seminaristi potrebbero essere inclini a detestare piuttosto che di quelli che amano. Il razzismo, la misoginia e l’omofobia sono tanti segni che una persona potrebbe non essere un buon modello di Cristo.

Il documento termina chiedendo ai seminaristi di usare franchezza con i loro direttori spirituali. Mentire non corrisponderebbe “allo spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di chi ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale”. Ciò è di una importanza capitale.

Ma se i criteri di questo documento sono interpretati nel loro senso limitato, in modo che nessun uomo gay possa essere ordinato, certi seminaristi si troveranno in una situazione insostenibile. Se parlano apertamente, potranno non essere accettati.

Ma se non parlano, daranno prova di una mancanza di trasparenza. C’è così il rischio che i più onesti abbandonino e i meno schietti restino, in modo che formeremmo preti immaturi, infelicemente nella loro pelle e più inclini a perpetuare le situazioni d’abuso.

È dunque molto importante che questi criteri non siano interpretati in maniera da spingere la gente a fingere, perché ciò nuocerebbe alla formazione di preti che possiedano maturità affettiva.

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