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Saggio storico sul Laicato (1° Parte)

Laicato - Laici Domenicani - Abbrescia

Saggio storico sul Laicato (1° Parte)

Laicato - Laici Domenicani - AbbresciaFr Domenico M. Abbrescia op è l’autore del libro “Laici Domenicani” pubblicato nel lontano 1989 dalla Nicolini Editori. Il libro è un testo fondamentale per conoscere il laicato domenicano e contiene un Saggio Storico sul Laicato Domenicano che illumina la creatività e l’attenzione amorevole dell’Ordine verso i laici e le laiche. Ne pubblichiamo la prima parte.

questo testo va ad inserirsi nel numero degli articoli dedicato alla storia del laicato domenicano. Ricordiamo:

Le Fraternite Laiche Domenicane, prima e dopo il Concilio Vaticano II pubblicata il 15 marzo 2016
La nascita dell’ufficio di Promotore Generale del Laicato pubblicata giovedì 13 agosto 2015
Il “Documento di Bologna” come fondamento del Laicato e della Famiglia Domenicana pubblicata martedì 18 agosto 2015
Prima relazione del Promotore Generale al Congresso di Providence, 2001 pubblicata sabato 22 agosto 2015
Relazione del Promotore Generale del Laicato Domenicano al Capitolo Generale di Cracovia, Polonia, 2004 pubblicata 24 agosto 2015

 


 

Riportiamo il testo della nostra conferenza tenuta al Congresso Internazionale del Laicato Domenicano di Montréal (Canada) presso l’Istituto delle Suore della Provvidenza (25/6/1985). Il testo è stato riveduto, ampliato e aggiornato.

Per coerenza storica accenniamo anche ai Sacerdoti, e non solo ai laici, perché gli uni e gli altri sono affiancati nello stesso movimento domenicano, detto fino ai nostri giorni Terz’Ordine.

Ci serviamo della terminologia di Penitente di S. Domenico e di Terz’Ordine o di Terziario/Terziaria o di Laicato o Laici di S. Domenico a seconda del periodo in cui un termine è ritenuto ufficiale o indicativo.

 

L’Ordine della Penitenza di S. Domenico (sec. XIII)

Quando S. Domenico e S. Francesco appaiono sulla scena storica, i Laici risentono beneficamente dell’apogeo politico/religioso della Chiesa.

La Chiesa riconosce nella sua struttura l’Ordine dei Laici, ma il termine Ordine sta ad indicate più un inquadramento convenzionale dei singoli che un corporativismo. La Chiesa inoltre li considera regolari perché hanno la regola del Vangelo, propone loro anche un’etica professionale, ma non indaga sulla loro reale identità: resta radicata e codificata la loro definizione di non-chierici.

La Chiesa trasforma i feudatari in cavalieri, e li incoraggia a seguire la via consacrata (Ordini militari): sorge cosi lo spirito cavalleresco, che è servizio cristiano per la Chiesa e la Società.

I Laici prendono coscienza del proprio stato di grazia e, fattisi più riflessivi sulla perfezione cristiana, scoprono che il loro ideale di vita non e più nelle abbazie, centri di potere economico, ma dentro di loro e nel proprio ambiente; riscoprono anche che certi luoghi santi rispecchiano le loro tensioni spirituali (Gerusalemme, Roma, Compostela) e si trasformano in devoti romei e pii pellegrini verso i santuari della Cristianità: i laici si distaccano dalla tradizione e preparano tempi nuovi.

Sorgono cosi, come espressione di ricerca, nuove forme di vita:

Beghini e Beghine: vivono in apposite cittadelle mistiche (béguinages), dove tutto è predisposto e organizzato per una vita consacrata.

Recluse: vivono isolate per mantenersi in comunione continua con Dio.

Penitenti: uomini e donne, che in seguito ad una conversine vera e propria si stabilizzano in uno stato permanente di penitenza.

Con i penitenti nasce una nuova tipologia di santo laico: un Laico che vive la vita normale di lavoratore o commerciante esercitando le opere di misericordia.

Caduto il monachesimo come schema di riferimento spirituale, i penitenti vivono come in attesa di un nuovo modello di vita, e di questa attesa è rimasta l’eco nelle Vitae Fratrum di Gerardo di Frachet (1260 c.): la devota italiana S. Bona di Pisa (+1207) e la beghina fiamminga Marie d’Oignies (+ 1213) “con giubilo di mente” annunziano e attendono l’avvento dei Predicatori.

Quando appaiono i Domenicani e i Francescani molti penitenti affluiscono alle loro chiese, perché vi ritrovano la sognata forma di vita.

Nella biografia di S. Domenico si parla già di “bizoche fratrum praedicatorum” e di “recluse”, e il b. Giovanni da Salerno (+123 1), suo discepolo, prende parte probabilmente alla redazione fiorentina (1221) del Memoriale Propositi per i penitenti di Firenze, mentre il Capitolo generale del 1228 parla delle penitenti esortando i religiosi ad essere cauti nell’accertarle.

È verso il 1260 che il movimento penitenziale assume vaste proporzioni: i penitenti di orientamento domenicano vestono un mantello nero (penitenti neri), i penitenti di orientamento francescano vestono un mantello grigio (penitenti grigi).

Dei penitenti neri il tipo classico ed emblematico è il b. Alberto da Villa d’Ogna (+ 1279): contadino, povero cattolico, passa di casa in casa, raccoglie elemosine per i poveri, per gli ammalati, e per loro costruisce un ospizio, in seguito denominato ospedale di S. Alberto.

In una cornice socialmente diversa, ma altrettanto tipica, e la boema b. Zdzlrlava (+ 1252), impegnata nelle opere di misericordia.

I penitenti non hanno una regola giuridica, e questo crea problemi: se ne preoccupano giustamente Francescani e Domenicani. Per i penitenti neri affronta la situazione lo spagnolo Muñio de Zamora, Maestro dell’Ordine, che promulga nel 1285 la Regola dei Fratelli e delle Sorelle della Penitenza di S. Domenico, da cui risultano alcuni principi essenziali:

    1. I penitenti che accettano la Regola di Muñio cadono sotto la giurisdizione dell’Ordine, ne condividono spirito e finalismo, che è la difesa della fede.
    2. I penitenti emettono la Professione al Maestro dell’Ordine, loro diretto superiore, con la mediazione del Direttore domenicano, suo rappresentante, ciò che favorisce l’unità dell’Ordine.
    3. I penitenti si riuniscono in Fraternite, dirette dai Padri dell’Ordine, ciò che garantisce la formazione domenicana e impedisce la formazione di fazioni e di divisioni interne.
    4. La Regola obbliga non a colpa o peccato, ma a pena, e cioè ad assolvere eventuali penitenze in caso di inosservanza della Regola.

La Regola viene promulgata da Muñio direttamente ai penitenti, senza previa autorizzazione dell’autorità ecclesiastica, dato che il movimento dei penitenti è riconosciuto dalla S. Sede: del resto la stessa S. Sede concede privilegi ai penitenti domenicani più di una volta, ciò che equivale ad una tacita approvazione.

Comunque non esiste per questa prima Regola un’approvazione diretta ed esplicita della S. Sede: resta aperto il problema.

Ben poco si conosce storicamente dei penitenti domenicani di questo primo periodo. Molti Laici convergono intorno alle comunità domenicane nel sec. XIII, ma non sempre si possono riconoscere come penitenti giuridicamente legati all’Ordine. Accade anche che si formino dei penitenti domenicani intorno ad un padre. Esempio classico in tal senso è il b. Ambrogio Samedoni (1220-1286), al quale fanno capo spiritualmente alcune mantellate di S. Domenico, come sono chiamate a Siena le penitenti domenicane. Meritano di essere ricordata Genoveffa (1242-92) e Nera Tolomea (1230-87), ambedue contemplative e animate da un grande spirito penitenziale. Più nota, in Italia, è la b. Benvenuta Bojani, (+1292), friulana.

 

Tipologia delle Sorelle della Penitenza di S. Domenico (sec. Xiv)

La tipologia delle penitenti di S. Domenico della prima meta del ’50O è analoga un po’ dovunque: esse si distinguono per il loro pietismo personale e l’esercizio delle opere di misericordia, che è la loro forma di apostolato. Nominalisticamente sono variamente indicate: vestite di S. Domenico, mantellate, beate, beghine, pinzochere.

All’inizio del ‘S00, ma forse anche prima, si verifica una novità nell’ambito della tipologia: alcune Sorelle della penitenza si riuniscono a vita comune in collegi, e perciò dette Sorelle o Suore collegiate.

Il movimento penitenziale domenicano femminile risulta costituito da Sorelle che vivono nelle proprie case, e quindi in comunione con l’Ordine e con la propria Fraternita, e da Sorelle che vivono in collegi, e in comunità. I collegi si riscontrano spesso nel ‘500.

L’apparizione storica della mantellata senese Caterina Benincasa (1347-1380) è una tacita rivoluzione culturale nella tipologia tradizionale delle penitenti domenicane.

S. Caterina da Siena rifiuta il matrimonio e la vita claustrale ad un tempo per vivere e operare profeticamente nella Chiesa e nel mondo da domenicana, e cioè con una vita a tempo pieno di servizio e di testimonianza nello spirito, nella spiritualità e nel carisma di S. Domenico. Essa risponde pienamente alla tipologia presentata dalla Regola di Muñio de Zamora:

Come figlio prediletto di S. Domenico nel Signore,
sia emulatore e ardente difensore,
secondo il modo proprio,
della Verità della Fede (art. 1).

Caterina, infatti, è pienamente donna, pienamente laica, pienamente domenicana, pienamente contemplativa, pienamente apostolica: essa incarna il domenicanesimo come nessun’altra donna.

Le penitenti domenicane più rappresentative, anteriori o contemporanee di S. Caterina da Siena, sono la b. Giovanna d’Orvieto (1264-1306), operaia merlettaia; la b. Margherita di Città di Castello (1287- 1320), che nonostante la cecità è una grande contemplativa; la b. Villana delle Botti (1332- 1360), penitente; la b. Sibillina Biscossi (1287-1367), reclusa.

Ad esse si possono aggiungere ancora: Beatrice, figlia di Giotto pittore; la contessa Capoana (1230 c.-1300 c.), l’infelice seconda moglie del conte Ugolino della Gherardesca, lasciato morire di fame a Pisa e rievocato da Dante nella Divina Commedia, massacro che la contessa riesce a sfuggire rifugiandosi con i piccoli figli a Lucca, dove si mette sotto la protezione del domenicano Tolomeo da Lucca (+ 1327), che l’accoglie tra le Sorelle della penitenza all’ombra del convento di S. Romano.

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