Mauro Mantovani - Tommaso d'Aquinodi Claudio José Imperatrice per Associacao Arautos do Evangelho do Brasil..

Nato a Moncalieri (Torino), nel 1966, Don Mauro Mantovani è Vice-rettore della Pontificia Università Salesiana di Roma, e Decano della sua Facoltà di Filosofia. Dal 1986 fa parte della Congregazione Salesiana. È stato ordinato sacerdote nel 1994 e ha ottenuto il Dottorato in Filosofia (ecclesiastico e civile) nella Pontificia Università di Salamanca, in Spagna. È membro della Pontificia Accademia San Tommaso d’Aquino e consigliere della Società Internazionale Tommaso d’Aquino.

Intervista con il vice-rettore dell’Università Pontificia Salesiana

Come situare il tomismo nel contesto attuale? Se il Dottor Angelico vivesse oggi, che cosa aggiungerebbe alla sua opera? Nella sua filosofia, esiste una “via della bellezza”? Don Mauro Mantovani, SDB, decano della Facoltà di Filosofia del “Salesianum” di Roma, risponde a queste e ad altre questioni.

 

Claudio José Imperatrice: Come è avvenuta la sua identificazione con il carisma salesiano, che l’ha portata a diventare un figlio di Don Bosco?

Don Mauro Mantovani: Ho incontrato i salesiani e li ho conosciuti sempre meglio nella mia parrocchia a Moncalieri, dove sono nato, perché gli studenti salesiani di teologia del centro studi torinese della “Crocetta” venivano ad aiutare il nostro parroco, i sabati e le domeniche, nelle attività pastorali.

Io avevo 17 anni e il contatto com loro ha suscitato in me il crescente desiderio di impegnare il meglio delle mie energie e della mia giovinezza al servizio dei giovani, prima nell’oratorio e poi anche nelle attività esterne, scoprendo un po’ alla volta – grazie anche all’accompagnamento spirituale, alla preghiera e alla vita sacramentale, e al crescente contatto con la parola di Dio – la bellezza dell’esperienza di vivere fino in fondo la propria Fede.

Nel corso degli anni successivi e, più tardi, in quelli della formazione salesiana, ho cercato di approfondire sempre più il senso del richiamo ad essere – come afferma la nostra Regola di vita – un segno e una testimonianza dell’amore di Dio verso i giovani, soprattutto i più poveri. Concretamente, questo si è configurato sempre più come servizio alla formazione spirituale e culturale dei giovani, in modo speciale gli universitari, sia religiosi che laici.

In che cosa lo studio dell’opera di San Tommaso d’Aquino l’ha aiutata a crescere e a inoltrarsi nella via salesiana?

Sono entrato gradatamente negli studi su San Tommaso d’Aquino, portato, soprattutto, dall’importanza a lui attribuita in alcuni corsi filosofici fondamentali che ho seguito all’Università dove ora insegno. Quello che subito mi ha impressionato
è che, nella misura in cui approfondivo la conoscenza in questi studi, mi rendevo conto del grande significato e dell’attualità del suo pensiero; non perché si debba ripetere oggi il suo contenuto in maniera acritica e ininterrotta, con il rischio di fare soltanto “archeologia” fuori contesto, ma, al contrario, specialmente per lo stimolo a fare del próprio studio serio un servizio culturale, per l’utilizzazione – da parte del Dottor Angelico – del metodo filosofico realista, per l’abbordaggio positivo e dialogale con altre tradizioni religiose e culturali, per la profondità di alcune argomentazioni fondamentali, sia di stampo metafisico che antropologico.

Il punto particolare che sottolineo, anche perché può esser riassuntivo di vari altri elementi, coinsiste proprio in quell’armonia tra fede e ragione, che la stessa enciclica Fides et ratio gli riconosce.

Come situare il pensiero di San Tommaso d’Aquino in un mondo marcato dallo spirito materialista, consumista e rivolto all’immediato?

Rispondendo direttamente alla domanda, senza entrare nel merito delle considerazioni sociologiche riguardo la situazione contemporanea, mi sembra di poter dire che il tomismo – usando questo termine in un’accezione ampia e generale – può fornire oggi un importante contributo culturale anche a questo riguardo. Infatti, esso difende e valorizza in modo autentico la dimensione terrena e materiale delle realtà create, aggiungendo, tuttavia, la necessità di attribuire loro il giusto valore, di collocarle nel loro debito luogo, secondo un ordine che è sempre a disposizione del soggetto e della sua coscienza, ma che, in sé, non è soggettivo, ma obiettivo.

In certi segmenti della società si trova una sete di metafisico che produce grande vivacità intellettuale. Lei è di questa opinione?

Concordo quanto all’esistenza di questi “fermenti culturali” che dimostrano una grande vivacità intellettuale: in ciò in cui non sono preconcettuali o autoreferenziali e si mostrano aperti alla dimensione più autentica della ricerca della verità, dato esistenziale che accompagna ogni uomo, si aprono effettivamente nuovi spazi, finora inesplorati, per l’avviamento nella direzione della Trascendenza.

Del resto, già abbiamo superato all’interno dello stesso dibattito epistemologico una visione riduzionista della scienza – sebbene, purtroppo, alcune forme di riduzionismo continuino a dominare gli orizzonti di una certa cultura che invoca l’apertura, ma si mostra, essa stessa, ancora molto chiusa -, così come è evidente anche che chi continua a sostenere l’esistenza della “crisi della metafisica” non capisce che le questioni attualmente più vive nel dibattito culturale (la bioetica, il rispetto dell’ambiente, le neuroscienze, per menzionarne solo alcune) non fanno altro che ricondurre a temi metafisici e antropologici fondamentali.

Se San Tommaso vivesse oggi, che cosa aggiungerebbe alla sua opera?

Certamente il Dottor Angelico non esiterebbe ad affrontare oggi i nuovi temi e non indietreggerebbe di fronte alle quæstiones disputatæ che gli fossero presentate dai suoi eventuali alunni. Procederebbe, di sicuro, evitando la superficialità e l’improvvisazione, probabilmente non frequenterebbe i media o i programmi di interviste per abbordare ogni tipo di argomento, ma studierebbe, piuttosto, a fondo ogni autore e interlocutore, evidenziando ogni aspetto apprezzabile – per il suo contenuto di verità – anche delle prospettive più lontane dalla sua, e facendo lo sforzo critico di discernere tra ciò che in esse si trova di complementare, integrativo e armonizzabile con la sua, e quello che, al contrario, si mostra semplicemente inconciliabile.

Sebbene oggi sia aumentata giustamente l’attenzione ai commenti scritturistici del Dottor Angelico, che colgono anche il loro significato metafisico e antropologico, a parer mio l’Aquinate ci presenterebbe ancor oggi il suo De ente et essentia come testo che, anche se brevemente, contiene la chiave fondamentale per la comprensione della sua focalizzazione metafisica e della sua originalità, che – sebbene con differenze rilevanti nella sua interpretazione da parte dei commentatori, tanto classici come moderni – è stata giustamente identificata com la dottrina della distinzione reale, nelle creature, dell’atto dell’essere e dell’essenza, e della relativa indicazione filosofica dell’Assoluto come l’Ipsum Esse Subsistens.

In uno studio recente, ho cercato di dimostrare, per esempio, come si potrebbe segnalare un collegamento diretto tra l’impostazione metafisica presente nel De ente et essentia e le caratteristiche proprie delle cosiddette “cinque vie” presenti nella Summa Teologica (I, q.2, a.3).

Sotto il punto di vista dell’etica, mi pare significativo mettere in risalto anche come la riflessione morale del Dottor Angelico è oggi in condizioni di suscitare un particolare interesse, in quanto capace di approfondire e di sviluppare molto adeguatamente la relazione tra i concetti di felicità, di vita retta e di virtù, stabilendo in ultima analisi un’etica della “prima persona”, come dimostrano, tra gli altri, vari studi del Prof. Giuseppe Abbà, docente di filosofia morale nella Facoltà di Filosofia Salesiana di Roma, che ho l’onore di avere come amico e collega. Vivere e lavorare a Roma rappresenta, infatti, un’occasione unica di arricchimento anche per coloro che si interessano agli studi tomisti, avendo la possibilità di interagire frequentemente con colleghi e ricercatori della Pontificia Università San Tommaso d’Aquino (Angelicum) e di altre università, soprattutto pontificie e, oltre a questi, con vari membri della Pontificia Accademia San Tommaso e della Società Internazionale Tommaso d’Aquino. Sempre negli ultimi anni non sono mancate attività comuni, di grande interesse scientifico e di ampia divulgazione.

Come il pensiero tomista vede l’esperienza estetica in quanto cammino verso l’Assoluto? Esiste una “via della bellezza”?

Il tema della bellezza è particolarmente significativo e suggestivo oggi, perché, entro una situazione culturale che sembra mostrarsi meno sensibile e attenta alla dimensione trascendentale (pertanto, oggettiva) della verità e della bontà, l’esperienza estetica e l’incontro con tutto quanto è caratterizzato dalla bellezza e sublimità, siano esse naturali o artistiche, rappresentano in varie occasioni una “via” privilegiata per elevare le proprie considerazioni, aprirsi alla dimensione trascendente dell’esistenza e incamminarsi verso Colui che è il “sommamente Bello”. In questo senso sono molto interessanti gli episodi biografici di coloro che hanno raggiunto un’apertura verso l’Assoluto a partire – o per mezzo – di una forte esperienza estetica, per esempio, quella musicale. Basti pensare ad intellettuali come Paul Claudel o Gabriel García Morente.

Quanto alla domanda se esiste una specifica “via della bellezza”, io risponderei che, nella misura in cui il pulchrum è riconosciuto come un trascendentale dell’essere – come è evidente nella Summa Teologica (I, q.5, a.4), dove Tommaso d’Aquino afferma che “pulchrum et bonum in subiecto sunt idem, sed ratione differunt” -, la via pulchritudinis può diventare
transitabile. Non, dunque, come una via ulteriore e specifica, ma secondo quella stessa prospettiva della quarta via, ossia, ex gradibus perfectionis. In tale prospettiva, dopo aver individuato e riconosciuto almeno alcune perfezioni, si può anche affermare che esse non trovano la ragione ultima della loro “distribuzione” nei gradi diversi delle realtà create, se non risalendo all’affermazione dell’esistenza di quella Realtà che possiede questa perfezione nel suo sommo grado, o meglio, è la propria perfezione sussistente, che si identifica con l’Ipsum Esse Subsistens.

Il filosofo tomista padre Battista Mondin ha scritto molto bene che “rimaniamo estasiati in presenza della bellezza. La bellezza si guarda, si fissa, si contempla, si ascolta silenziosamente. La bellezza si impossessa di tutto il nostro essere.
Un bel sole nell’oceano, il panorama delle Alpi, la Cappella Sistina, lo spettacolo di un bel film o di un’opera musicale… ci scuotono in tal modo che vorremmo che non terminasse mai. C’è nella bellezza un qualcosa di prodigioso, straordinario, sublime, soprannaturale che non può provenire dalla materia. Per questo filosofi, teologi e poeti hanno visto nella bellezza una perfezione divina”.

Il presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, Mons. Gianfranco Ravasi, ha creato recentemente una fondazione per promuovere l’incontro della Chiesa con i non credenti e agnostici. Potrebbe indicarci altri progetti orientati al dialogo tra Religione e Scienza?

Le attività del Pontificio Consiglio per la Cultura e le iniziative prese da Mons. Gianfranco, che lei menziona, rappresentano un’esperienza molto proficua di dialogo tra la Chiesa e la cultura contemporanea, sia nella sua caratterizzazione puramente scientifica, sia in quella direttamente umanistica, nella quale l’arte há uno spazio molto importante e privilegiato.

Tra i più fruttuosi esempi di dialogo tra scienza e religione, proprio nella prospettiva di promuovere un rinnovato incontro e collaborazione tra la “cultura scientifica” e quella “umanistica”, si trova senza dubbio il Progetto STOQ (Science, Theology and the Ontological Quest), al quale ho l’onore e la gioia di partecipare come Coordinatore e rappresentante della Pontificia Università Salesiana.

Questo progetto, lanciato nei primi anni del terzo millennio grazie alla coordinazione e all’appoggio del Pontificio Consiglio per la Cultura, abbraccia, insieme alla nostra, sette altre università pontificie romane, come la Lateranense, la Gregoriana,
l’Ateneo Regina Apostolorum, la Santa Croce e la San Tommaso d’Aquino, con il fondamentale sostegno della John Templeton Foundation.

Il contributo specifico della Pontificia Università Salesiana al Progetto STOQ è rivolto – in relazione all’identità culturale, ecclesiale e carismatica della nostra istituzione accademica – alla considerazio ne dell’ambito educativo come luogo particolarmente significativo di incontro tra religione, scienze umane e scienze naturali, riconoscendo uno spazio importante, nell’ambito epistemologico e interdisciplinare, al ruolo e alla mediazione della filosofia.

Oltre a ricerche e congressi, inviti a docenti di fama internazionale per lezioni o conferenze e la collaborazione con altre università nel campo della relazione tra teologia, filosofia e discipline scientifiche, abbiamo già realizzato due pubblicazioni: Fede,Cultura e Scienza – Discipline in dialogo (con M. Amerise, Libreria Editrice Vaticana, 2008) e Didattica delle scienze – Temi, esperienze, prospettive (con C. Desbouts, Libreria Editrice Vaticana, 2010). In totale, sono stati pubblicati finora nove volumi della STOQ Project Research Series.

Vorrei concludere com una citazione del nostro compianto Mons. Carlo Chenis, segretario della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa, Vescovo di Civitavecchia- Tarquinia e docente di Estetica per più di 25 anni nella Pontificia Università Salesiana, che ci ha lasciato prematuramente il 19 marzo 2010: “Si dice Dio con la parola, con l’immagine, col silenzio. Si coinvolge Dio nelle parole umane, che diventano magiche, o si annuncia la Sua ineffabile presenza mediante oracoli e profezie. ‘Dire Dio’ è il più significativo impegno dell’esistenza umana, poiché è anche ‘dire il proprio io’ giungendo alla fine della vita. In comparazione con Lui, discorsi e immagini sono totalmente inadeguati e allo stesso tempo sono simboli di Lui. L’avventura di ‘dire Dio’ ripropone il diario di tutta l’umanità, le cui pagine sono manoscritte con incertezza o con sicurezza, con tumulto o con serenità, com esultanza o con angustia, con disperazione o con felicità”.

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