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Ricordo di Luigia Tincani nel 40° anniversario della morte

Luigia Tincani

Nel 40° anniversario della morte di Luigia Tincani, abbiamo chiesto a Cesarina Broggi, che l’ha conosciuta e ha lavorato alla causa di beatificazione, di darci una testimonianza della fondatrice delle Missionarie della Scuola.

Nella storia del Laicato domenicano: Luigia Tincani (1889-1976)

Luigia TincaniSon passati già quarant’anni dalla morte di Luigia Tincani, oggi venerabile, e in questo giubileo domenicano è bello andare alla scoperta delle radici domenicane della sua spiritualità.
“Se ci fosse qui la Tincani non si arrenderebbe! Qualche cosa farebbe!”, esclamava un professore di fronte a un gruppo di giovani vivaci e intelligenti, giovani pieni di possibilità e tuttavia disfattisti e sfiduciati, indifferenti e refrattari a un discorso serio. “Sì, senz’altro la Tincani una strada la troverebbe”. Forse incomincerebbe come era solita fare allora, in tempi non migliori dei nostri, con un gesto di amicizia, una presenza leggera, un accostarsi in punta di piedi, un chiedere e ascoltare, e aspettare una risposta, dare una mano con simpatia sorridente, per cercare insieme, compagna nel cammino.
Qualcuno si domanderà chi sia stata Luigia Tincani. Non tutti infatti conoscono questa domenicana autentica, autorevole e innovatrice, pochi sanno che prima di essere Fondatrice con P. Fanfani di una nuova Congregazione domenicana, quella delle Missionarie della Scuola, è stata una gioiosa e ardita laica domenicana, a Bologna con P. Marco Righi, poi a Roma con P. Lodovico Fanfani, insieme alla sorella Bice e alla mamma: le tre Tincani compaiono nell’elenco delle terziarie del 1913-14 che si conserva nell’archivio della Minerva. Adolescente, si nutrì della spiritualità domenicana a Bologna, ai piedi della tomba di Domenico, o meglio nel piccolo vano che si apre dietro il monumento e che un tempo era accessibile al pubblico, dove ora si venera la testa del santo; e poi giovane, a Roma, accanto alla tomba di santa Caterina, sola o con le compagne d’università.
Nel primo Congresso dei Terziari domenicani (1913), a Firenze, la Tincani pronunciava a S. Marco un discorso che contiene in germe tutto il suo ideale domenicano. Sviluppando il tema Missione del Terziario domenicano nella famiglia e nella società, coglieva nella predicazione l’istanza basilare della vocazione domenicana e la collegava, nel contesto anticlericale del tempo, alla missione della donna e all’apostolato della cultura: “«Va’ e predica!», disse in una visione san Pietro apostolo al Patriarca san Domenico. Va’ e predica: mi pare debba essere il comando da dare a chi entra a far parte della grande famiglia domenicana. Va’ e predica! Mio Dio, anche a noi povere donne, a cui san Paolo ha detto «la donna impari in silenzio»? Predicò santa Caterina, predicò con la voce e con gli scritti. Va’ e predica! Ciò chiede a noi una sincera professione di fede. Potrà costare, a noi studenti, una buona bocciatura all’esame, può costare la perdita di un impiego o la rovina di una carriera; ma il domenicano non indietreggerà davanti al pericolo. Ricordiamo che un’arma potentissima è la cultura: il domenicano, se vuol essere degno del suo Ordine, cerchi di impadronirsene”.
Nell’incontro delle terziarie, in occasione delle celebrazioni del settimo Centenario della fondazione dell’Ordine, nel cappellone degli Spagnoli a S. Maria Novella, a Firenze, il 30 dicembre 1916 la Tincani disse che i nuovi usi imponevano nuovi doveri alla donna cristiana, un nuovo genere di apostolato, che poteva costarle assai più sacrificio. Ma fingere di non vedere le mutate condizioni di cose, per non vedere anche i nuovi doveri che esse imponevano, sarebbe stato contrario alla carità, sarebbe stata una colpa. Coraggiosamente affermò: “Ha portato un po’ di bene e forse molto male questo femminismo tanto esaltato e tanto temuto. Ebbene quel po’ di bene e di giusto che ha in sé facciamolo nostro, noi donne cristiane; quel male studiamolo, conosciamolo e cerchiamo di ripararlo… c’è un campo di lavoro che mi sta tanto a cuore, dove potrebbero crescere tanti frutti di vita. Si tratta del problema scolastico femminile. Come sarebbe bello se a questo speciale apostolato fra le studentesse si dedicassero le laiche domenicane! E nello stesso tempo, come sarebbe bello diffondere lo spirito domenicano fra le studentesse cattoliche!”
Ed ecco lei per prima al lavoro, a condividere un’amicizia e una fede, nella fatica del quotidiano e nella gioia della scoperta di ogni giorno, con le compagne dell’Università che spontaneamente si raccoglievano numerose intorno a lei, l’amavano e la stimavano, legate da un’amicizia che le faceva crescere e le avvicinava a Dio. La chiamavano Gina e con lei incontravano san Domenico e santa Caterina nel Terz’Ordine della Minerva e nella Fuci. E sono loro, le compagne, a dirci che Gina, con la sua testimonianza piena di gioia e di coraggio, dava visibilità al mistero di Dio: “Gina, sì, rideva e scherzava molto volentieri, era vivace in tutto, ma nel suo cuore, come nel suo sguardo, c’era qualcosa di profondo e di luminoso che a noi mancava! C’era una fede vera, viva, operante, che noi non avevamo ma che guardavamo in lei quasi con stupore, misto ad ammirazione, ed era tanto bella e alta in lei questa sua fede che tutte, dico tutte, anche le più indifferenti, anche le più lontane la intuivano”.
Senza imporsi entusiasmava, trasmetteva l’energia di Caterina e la compassione di Domenico. Con lei si doveva studiare per impadronirsi della cultura e poter così fare il bene agli altri; si doveva incontrare Dio nel silenzio della preghiera, per poter trasmettere agli altri quello che si contemplava; si doveva arrivare alla “carità della verità”, soprattutto verso quelli che lei chiamava “poveri di verità e di amore”, e che lei vedeva nella scuola pubblica, ovunque nel mondo.
Mai da sola, dall’inizio fino all’ultimo giorno: la sua intuizione, il carisma ricevuto, avrebbe alimentato nella Chiesa anime contemplative e missionarie, per attuare il precetto di Gesù – “Andate e predicate” – nella via tracciata da san Domenico e da santa Caterina: un cammino evangelico, in mezzo al mondo senza essere del mondo, come il lievito evangelico, a contatto con quei poveri per i quali Domenico piangeva e chiedeva misericordia nelle notti insonni di preghiera a Santa Sabina. San Domenico si preoccupava delle persone, non conosceva l’indifferenza. Gli stessi sentimenti animavano la Tincani, che nel 1934 scriveva alle compagne: “Il nostro compito di educatrici è magistero domenicano, che sa unire conoscenza ed amore: conoscenza del tempo in cui viviamo e amore vero per le persone, anche per le più traviate; bontà che sa capire e compatire senza mai disprezzare. Conoscenza, dunque, e amore del proprio tempo: è un programma domenicano. Amore buono, che ci avvicina le persone le quali si sentono conosciute e aiutate nel loro cammino. «Ai poveri è annunziata la buona novella». Questa da Gesù era considerata l’opera più santa, a quest’opera più santa anche Domenico è stato chiamato, a quest’opera Gesù chiama anche noi”.
Luigia Tincani era piena di compassione per tutte le fragilità che incontrava, ma una cosa le stava soprattutto a cuore: far crescere la persona, insegnando a pensare, a volere, ad amare. Soleva dire che caratteristica domenicana è il predominio della vita intellettuale, cioè dell’amore a Dio Verità, del culto alla Verità per attuare la pienezza dell’amore.
In sintonia con monsignor Giovanni Battista Montini, con il quale condivise la missione educativa nella Fuci, la Tincani attuò il suo ideale coltivando la vocazione intellettuale del cristiano, nel senso di pensare cristianamente la vita e offrire nello studio, nella ricerca, nell’insegnamento, la fede pensata, espressa, veicolata nella cultura. Scriveva a un gruppo di compagne: “Se coniugate fede, cultura e vita in una bella umanità, anche simpatica, sarete delle formatrici di coscienze cristiane”.
Alla sua morte Paolo VI sintetizzò così la sua vita: “Ha amato!”

Cesarina Broggi

1 thought on “Ricordo di Luigia Tincani nel 40° anniversario della morte

  1. Son trent’anni, dal mio ingresso all’Angelicum.
    Passai l’estate dell’86 a cercare l’Università che facesse al caso mio. Visitai la Lateranense, la Gregoriana e l’Antonianum. Belle, erano belle, calde, moderne ospitali. Non sapevo decidermi, poi, una domenica molto calda, girando per via Nazionale, vidi una bella fontana a Largo Angelicum. Acqua freschissima e neanche sapevo esistesse quell’Università vicina a quella fonte così gradita, in quel momento di calura.
    Il lunedì successivo ero a chiedere informazioni. Il Mater Ecclesiae era un piccolo spazio ai piani bassi, un atrio, una piccola segreteria e tre o quattro aule. Oggettivamente, le altre Università offrivano un impatto migliore. Ma fui accolto dalla segretaria, Missionaria della Scuola che mi diede tutte le informazioni. Estetica o sostanza? Che scegliere? Neanche sapevo chi fosse Madre Luigina.
    Mi iscrissi obbedendo all’istinto e la conobbi in seguito per carisma e per gli scritti.
    Oggi mi ha telefonato la Professoressa Schiavone che mi recuperò allo studio dopo un paio d’anni di guai familiari. Tornai al Mater e iniziai a scalare quella mia carissima “Montagna dalle sette balze”.
    Ancora mi suonano dentro quei miei pensieri lontani trent’anni, mutuati da Thomas Merton, e li giro con “tenero affetto” a Madre Luigina:
    “Era una cosa strana e nuovissima, quella voce che sembrava consigliarmi, quella ferma e crescente convinzione interiore di ciò che era necessario facessi. Non riuscivo a spiegarmi quella soavità e quella dolcezza. E quando mi diedi per vinto, essa non esultò sulla mia sconfitta, non mi calpestò nella fretta di afferrare la preda, ma mi condusse avanti serenamente, dritto verso lo scopo… Dio fece molto bella quella domenica…”

    Stefano Belardinelli

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