Giorgio La PiraSono due le espressioni di Giorgio La Pira che possono riassumere in maniera efficace la sua visione del Mediterraneo: la prima è «grande lago di Tiberiade», la seconda è «triplice famiglia di Abramo». Il lago di Tiberiade è il centro geografico della missione terrena di Gesù, che egli ha più volte attraversato per incontrare le popolazioni rivierasche, diverse per estrazione etnica e religiosa e profondamente divise fra loro. Si può affermare che, in un certo senso, il lago di Tiberiade prefiguri quell’inclusione universale del messaggio e dell’esperienza cristiana che san Paolo, alla luce della sua stessa esperienza del Cristo risorto, saprà così bene interpretare. Attraverso il lago, infatti, Gesù superò i limiti geografici, etnici e religiosi di Israele.

Gesù «utilizzò» il lago perché esso era un mezzo di comunicazione culturale e commerciale fra realtà umane diverse tra loro, oltre che un mezzo di sostentamento, per la ricchezza della sua fauna. Anche il Mediterraneo, data la sua configurazione, è una sorta di grande lago e mette — lo vogliamo o meno, ce ne accorgiamo o meno — in comunicazione i popoli rivieraschi.

Ebbene, secondo la visione lapiriana, i popoli rivieraschi, nelle loro differenze e nella loro appartenenza alla comune radice di Abramo (le tre grandi tradizioni religiose che si rifanno alla figura di Abramo sono l’ebraismo, il cristianesimo e l’islam), condividono una visione della vita e dell’uomo che, nonostante le profonde differenze, è aperta ai valori della trascendenza. Il loro incontro, allora, dopo secoli d’«ideologia dello scontro» (ma che in realtà sono stati anche secoli di profondo scambio culturale) può generare qualcosa di profondamente «nuovo» per la storia non solo del Mediterraneo, ma del mondo intero.

A me sembra che oggi abbiamo di fronte un quadro internazionale molto difficile, non solo da tenere sotto controllo, ma addirittura da decifrare nella sua completezza. Da un lato assistiamo ad una polarizzazione dello scontro politico-culturale internazionale con il rafforzamento delle posizioni estreme e xenofobe. Dall’altro lato, la destabilizzazione dell’area mediterranea ha acutizzato il fenomeno delle migrazioni verso i paesi occidentali. Ed ecco allora che anche l’altro pilastro della visione lapiriana relativo al «grande lago di Tiberiade» è rovesciato: il Mediterraneo non è il luogo del dialogo e del commercio a beneficio di tutti, ma si trasforma, drammaticamente, nella tomba di disperati, come teatro di guerra e come frontiera da armare. Questa situazione non potrà evolversi positivamente fino a che non si troveranno degli accordi sul piano negoziale tra i diversi attori internazionali. La visione di un Mediterraneo pacificato non è un’utopia ma è una prospettiva gravemente ferita che può e deve essere risanata attraverso progetti reali di crescita e di sviluppo fondati sulla solidarietà internazionale. Questo, ovviamente, è compito, in prima istanza, delle istituzioni internazionali, ma la lezione di La Pira ci riguarda da vicino ed io credo che chieda a tutti almeno tre impegni: conoscenza, accoglienza, dialogo.

Probabilmente mai come adesso, le parole di La Pira tornano ad essere particolarmente attuali. È venuto il momento — scriveva il sindaco di Firenze a Paolo vi nel febbraio del 1970 — di abbattere i muri e di costruire ponti. È giunto il momento, cioè, di superare qualunque divisione e ogni contrasto fratricida per edificare solidi legami di collaborazione, lungo il solco, aperto dal concilio Vaticano ii, del dialogo interreligioso. Senza uno sforzo tenace e vigoroso in questa direzione, sarà estremamente difficile se non impossibile la costruzione della pace nel Mediterraneo e nel mondo contemporaneo.

Articolo di di Gualtiero Bassetti pubblicato sull’Osservatore Romano del 01 luglio 2016

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