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Fr Murray op: Contemplazione Domenicana

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Proponiamo l’intervento di fr Paul Murray optenuto il 12 giugno 2001 al Capitolo Generale di Providence dal titolo “Ritrovare la dimensione Contemplativa” . Fr. Murray è Professore Ordinario di  Teologia Spirituale alla Pontificia Università S. Tommaso – Angelicum ed è autore del libro The New Wine of Dominican Spirituality. A Drink Called Happiness tradotto in italiano da fr Daniele Aucone op (Il vino nuovo della spiritualità domenicana. Una bevanda chiamata felicità) attuale Promotore Provinciale della Comunicazione.

La contemplazione: una visione del prossimo.

Nella letteratura religiosa tradizionale, la parola “ estasi” è spesso legata alla contemplazione.

Ma, al giorno d’oggi, per le strade questa parola non ha, naturalmente, un unico significato: una droga molto potente e molto pericolosa!

Nel corso dei secoli, i Domenicani non hanno avuto paura di usare questa parola per parlare della preghiera o della contemplazione. Ma ascoltiamo un commento di Eckhart a questo proposito che ci mette in guardia: “ Se un uomo fosse in estasi, come lo era san Paolo, e sapesse che un ammalato ha bisogno di lui per dargli un po’ di minestra, penso che sarebbe molto meglio che abbandoni l’estasi per amore e mostri un amore più grande prendendosi cura di chi è nel bisogno”.

L’amore, ( eccola questa piccola parola del Vangelo, questo precursore della grazia dell’attenzione, che ricorda a tutti ciò che significa veramente la contemplazione – la contemplazione cristiana.

Una delle affermazioni che si cita spesso a proposito di S. Domenico è che egli donava le sue giornate al prossimo, e le sue notti a Dio. È una affermazione significativa; ma in un certo senso, non del tutto veritiera. Infatti anche quando la giornata era terminata, nel grande silenzio e solitudine delle lunghe veglie notturne di Domenico, il prossimo non era dimenticato. Secondo uno dei contemporanei del santo ( fra Giovanni da Bologna ( Domenico, al termine di lunghe preghiere prostrato sul pavimento della chiesa, si rialzava e faceva due atti di omaggio. Prima, all’interno della chiesa, “visitava ogni altare uno alla volta…fino a mezzanotte” .  Poi, “andava, piano piano a visitare i suoi frati addormentati, e all’occorrenza rimboccava loro le coperte”.

Analizzando questo racconto, ci rendiamo conto che la riverenza che Domenico aveva per ciascun altare della chiesa è in qualche modo intimamente legata alla riverenza e alla preoccupazione che aveva per i suoi frati addormentati. È come se Domenico riconoscesse prima di tutto la presenza del sacro negli altari, e poi ( con non meno riverenza ( riconoscesse la stessa presenza presso i suoi confratelli.

Mi ha sempre colpito una frase che Yves Congar citò tempo fa riguardo a Nicolas Cabasilas. Eccola: “Tra tutte le creature visibili solo la natura umana può veramente essere un altare!” Nel suo libro

Il mistero del Tempio, Congar osa dire: “Ogni cristiano ha diritto al nome di santo e al titolo di tempio”. E ancora, facendo eco a questa visione di Paolo, il primo maestro dopo S. Domenico, Giordano di Sassonia, scrivendo a una comunità di religiose domenicane, esclamò: “Il tempio di Dio è sacro, e voi siete questo tempio; non vi è alcun dubbio che Dio è nel suo tempio sacro, dimorando in voi”.

Fra tutte le persone, nella tradizione domenicana, che hanno parlato e scritto a proposito del prossimo nella contemplazione, la più degna di nota a mio parere è S. Caterina da Siena. Dalla prima pagina del suo Dialogo, apprendiamo che “mentre pregava, elevata in alto in spirito”, Dio le rivelò qualcosa del mistero e della dignità di ogni essere umano. “

Apri l’occhio del tuo spirito” le disse, “e vedrai la dignità e la bellezza della mia creatura razionale”.

Caterina ubbidì immediatamente. Ma quando apre l’occhio del suo spirito, scopre non solo una visione di Dio e una visione di se stessa nella sua immagine, ma anche una visione nuova e compassionevole e una comprensione del suo prossimo. “

Si sente immediatamente costretta”, scrive, “ad amare il suo prossimo come se stessa perché ha una visione suprema di quanto è amata da Dio, vedendosi nel cuore della sorgente dell’oceano dell’essenza divina”.

In queste poche parole di Caterina c’è, io credo, una verità tanto semplice quanto profonda: la sorgente della sua visione del prossimo e la causa del suo profondo rispetto per l’individuo, è la sua esperienza contemplativa.

Ciò che Caterina riceve nella preghiera e nella contemplazione è la stessa cosa che Domenico ricevette prima di lei non semplicemente il comandamento di Dio di amare il suo prossimo come lei stessa è stata amata, ma una introspezione indimenticabile al di là e al di sotto dei sintomi della miseria umana, uno scorcio della grazia e della dignità di ogni persona. Caterina fu talmente commossa da questa visione del suo prossimo che un giorno fece notare a Raimondo da Capua che se solamente avesse potuto vedere questa bellezza, bellezza interiore, nascosta dell’individuo come lei la vedeva, egli sarebbe pronto a soffrire e a morire per essa. “Padre mio…se poteste vedere la bellezza dell’anima umana, io sono convinta che sareste pronto a morire cento volte, se ciò fosse possibile, per accompagnare una sola anima alla salvezza.

Nulla in questo mondo dei sensi che ci circonda potrebbe mai essere paragonato a questa bellezza dell’anima umana”.

Questa volontà di morire cento volte per il suo prossimo sembra estrema. Ma è tipico di Caterina. Altrove, Caterina scrive: “Eccomi, povera sventurata, vivente nel mio corpo, ma per il desiderio costantemente fuori dal mio corpo. Ah, Buon dolce Gesù ! Io muoio e non posso morire”.

Quest’ultima frase io muoio e non posso morire, Caterina la ripete spesso nelle sue lettere. Due secoli più tardi, la mistica carmelitana S. Teresa d’Avila, usa anche lei la stessa frase, ma la usa in un modo ben diverso. Secondo la sua tradizione carmelitana, l’attenzione di Teresa è tutta concentrata in un vivo desiderio per il Cristo suo sposo. Senza di lui il mondo ha poco o nessun interesse. Così, in una delle sue poesie, Teresa ci dice che muore per una grande sofferenza spirituale perché non può ancora morire fisicamente, ed essere unita con il Cristo in cielo: Sforzandomi di lasciare questa vita di miseria, con un’angoscia acuta e profonda io grido: “io muoio di non poter morire”.

Quando Caterina pronuncia la frase, io muoio di non poter morire, non la usa mai per esprimere un desiderio di essere fuori da questo mondo.

Naturalmente, come Teresa, Caterina ha fretta di raggiungere il Cristo. Ma la sua passione per il Cristo la obbliga, in quanto domenicana, a volere servire il Corpo di Cristo, la Chiesa, qui e ora nel mondo, e in tutti i modi possibili. La sua angoscia di desiderio proviene dalla sua consapevolezza che ogni suo sforzo è inevitabilmente limitato.

Scrive: “Io muoio e non posso morire, scoppio e non posso scoppiare a causa del mio desiderio per il rinnovamento della Santa Chiesa, per l’onore di Dio e per la salvezza di tutti”.

Il misticismo di Caterina, come quello di Domenico, è un misticismo ecclesiale. È un misticismo del servizio e non un misticismo di entusiasmo psicologico. Per Caterina e Domenico Dio è evidentemente il primo oggetto della loro attenzione, ma il prossimo e i bisogni del prossimo non sono mai dimenticati. Un giorno, mentre un gruppo di eremiti rifiutava di abbandonare la loro vita solitaria nei boschi, sebbene la Chiesa di Roma avesse gran bisogno della loro presenza, Caterina scrisse loro con mordente sarcasmo: “Veramente, si prende la vita spirituale troppo alla leggera se si può perdere cambiando luogo. Apparentemente, Dio accetterebbe dei luoghi, e non si troverebbe che in un bosco e in nessun altro luogo in caso di bisogno!”.

Questa indignata osservazione di Caterina non significa che non apprezzi gli aiuti e i supporti necessari alla vita contemplativa: la solitudine, per esempio, il raccoglimento e il silenzio. Caterina nutriva un particolare rispetto per il silenzio, Ma ciò che non sopportava per niente era il silenzio vile di alcuni ministri del Vangelo che, a suo avviso, avevano il dovere di parlare più forte e più chiaramente in favore della verità e della giustizia: “ Gridate come se aveste un milione di voci”, insisteva lei, “è il silenzio che uccide il mondo”.

Due secoli più tardi, in una lettera spedita in Spagna, il Domenicano Bartolomeo de Las Casas, esprime la stessa urgenza. Era il 1545. Già, con un coraggio non trascurabile, Bartolomeo aveva scoperto che la sua vocazione era di parlare per coloro che non avevano voce. Messo a confronto quotidianamente con il degrado spaventoso e la tortura di innocenti che lo circondavano, decise di rompere il suo silenzio. “

Credo”, scrisse, “che Dio voglia che io riempia di bel nuovo il cielo e la terra, e tutto l’universo, di grida, di lacrime e di lamenti”.

La forza della sfida di Las Casas non risiedeva unicamente nella sua emozione. Frequentemente vediamo questo predicatore domenicano invocare nei suoi scritti ciò che chiamava l’intelligenza della fede.

Secondo Las Casas il miglior modo per arrivare alla verità del Vangelo era di confidarsi intensamente a Dio e scavando in profondità fino a trovarne le fondamenta.

Fu a questo livello di umile ma persistente meditazione che Bartolomeo incontrò non solo la verità su Dio, ma Dio stesso, il Dio della Bibbia, il Padre di Gesù Cristo, il Dio vivente che, come dice Bartolomeo stesso, mantiene una memoria molto fresca e viva dei più piccoli e più dimenticati.

Lasciandosi esporre così al volto di Cristo crocifisso presso gli afflitti, Bartolomeo si rivela un vero figlio del padre suo, Domenico. Perché Domenico era un uomo posseduto non solo da una visione di Dio, ma anche da una profonda convinzione interiore dei bisogni altrui. E ciò fu per merito degli uomini e delle donne del suo tempo, dei suoi contemporanei, dai quali ricevette il bisogno come una ferita nella sua preghiera, fu per merito di essi che si preoccupò di comunicare tutto ciò che aveva appreso nella contemplazione.

Al centro della vita di S. Domenico vi era un profondo amore contemplativo di Dio questo aveva la prima e l’ultima parola. Ma leggendo i primissimi racconti della vita di preghiera di Domenico, ciò che immediatamente impressiona, è il posto che lascia agli altri, agli afflitti e agli oppressi nell’atto stesso della contemplazione. Gli Alii non sono i semplici recettori della predicazione di Domenico ispirata dalla grazia. Già prima di iniziare la predicazione, mentre S. Domenico diviene una specie di canale di grazia, queste persone ( gli afflitti e gli oppressi abitano il più profondo santuario della sua compassione. Fanno anche parte del contemplata nel contemplata aliis tradere.

Giordano di Sassonia scrive: Dio aveva donato ( a Domenico) una grazia speciale per piangere per i peccatori e per gli afflitti e gli oppressi; portava la loro disperazione nel più profondo santuario della sua compassione, e la profonda misericordia che provava per loro nel suo cuore debordava nelle lacrime che cadevano dai suoi occhi.

In breve, ciò significa semplicemente che pregando, Domenico si ricorda di intercedere per tutti Coloro che riconosce essere nel bisogno, e soprattutto per i peccatori. Ma vi è un’altra cosa una grazia speciale per citare Giordano. La ferita della conoscenza che apre lo spirito e il cuore di Domenico nella contemplazione ( che gli permette con una abbagliante vulnerabilità di sentire il dolore del suoprossimo, il bisogno del suo prossimo ( non può spiegarsi unicamente per le innumerevoli sofferenze di cui è stato testimone e che gli tornano alla memoria, né per la sua naturale compassione.

La ferita apostolica che Domenico riceve , che gli permette di agire e predicare, è una ferita contemplativa.

Conclusione

Mi ricordo, quando ero novizio nell’Ordine, di avere fatto una domanda sulla contemplazione a uno dei sacerdoti della casa, un uomo meraviglioso che si chiamava Cahal Hutchinson. Io gli chiesi: “ Qual è il segreto della contemplazione domenicana?” Il Padre Cahal esitò un istante. Mi sorrise. Poi disse: “Fra Paolo, non dirlo mai ai Carmelitani e ai Gesuiti, ma noi non abbiamo altro segreto che il segreto del Vangelo!”“

Poi, continuò, in quanto domenicano, posso rivelarti due grandi leggi della contemplazione”.

Con il mio entusiasmo di novizio, presi subito carta e penna. Cahal mi disse: “La prima legge – è pregare. E la seconda legge – è di perseverare!” Ecco, forse, fratelli miei, la prima e l’ultima parola da dire su questo argomento

 

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