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fr Radcliffe op: La missione in un mondo in fuga

fr timothy radcliffe missione

SEDOS Bulletin, n. 33, 1 gennaio 2001, pp. 3-9-. (Nostra traduzione dall’inglese). La conferenza “la missione in un mondo in fuga” è scaricabile in formato PDF. L’articolo fa parte del Dossier Radcliffe dove sono raccolti tutti gli articoli dell’ex maestro dell’Ordine

Mi è stata richiesta una riflessione sulla spiritualità della missione nell’era della globalizzazione. Cosa significa essere missionari a Disneyland? Di fronte all’invito a tenere questa conferenza, il cui argomento è appassionante, ho provato un sentimento di gioia, ma nel contempo anche di esitazione, perché non sono mai stato un missionario nel senso corrente del termine. Al Capitolo generale elettivo dell’ordine in Messico, i fratelli hanno definito i criteri di selezione dei candidati alla carica di Maestro dell’ordine. Si riteneva essenziale che il candidato avesse maturato un’esperienza pastorale al di fuori del proprio paese. E poi hanno eletto me, che avevo lavorato solo in Inghilterra in qualità di accademico. Io non so se tutte le congregazioni agiscano in modo così eccentrico, ma questo dato chiarisce perché io mi senta così inadeguato a tenere questa conferenza.

Cosa c’è nel nostro mondo di così nuovo da spingerci a cercare una nuova spiritualità della missione? In cosa è così diverso dal mondo in cui furono inviate le precedenti generazioni di missionari? Si potrebbe rispondere in modo quasi automatico che il dato realmente nuovo è la globalizzazione. Nei nostri uffici affluiscono e-mails provenienti dal mondo intero. Miliardi di dollari circolano ogni giorno nei mercati mondiali, anche se non sfiorano l’ordine dei domenicani! Come si sente spesso affermare, viviamo in un “villaggio globale”. I missionari non si imbarcano più verso terre sconosciute: quasi nessun punto del pianeta dista più di un giorno di viaggio. Tuttavia, io mi domando se la “globalizzazione” identifichi realmente il nuovo contesto della missione. Il villaggio globale è frutto di un’evoluzione storica che investe gli ultimi cinquecento, se non gli ultimi mille, anni di storia. Alcuni studiosi sostengono che, sotto diversi aspetti, il mondo, un secolo fa, era globalizzato al pari di adesso.

Forse ciò che caratterizza veramente il nostro mondo è una conseguenza specifica della globalizzazione, e cioè il fatto che non sappiamo dove esso stia andando. Non possediamo alcun sentimento comune della direzione della nostra storia. Il “guru” di Tony Blair, Anthony Giddens, definisce questo “un mondo in fuga”.1

La storia sembra sfuggire al nostro controllo, e noi non sappiamo dove ci stiamo dirigendo. È per questo mondo in fuga che dobbiamo trovare una visione e una spiritualità della missione.

Le prime grandi missioni della Chiesa fuori dall’Europa furono legate al colonialismo dei secoli dal XVI al XX.2 Spagnoli e portoghesi conducevano con sé i loro frati mendicanti, così come olandesi e inglesi portavano i loro missionari protestanti. Sia nei casi in cui i missionari abbiano sostenuto i conquistadores, sia nei casi in cui li abbiano invece criticati, esisteva comunque un sentimento comune della direzione che la storia stava prendendo: il dominio del mondo da parte dell’Occidente. Era questo a fornire il contesto della missione. Nella seconda metà di questo secolo, la missione si è sviluppata entro un nuovo contesto, quello del conflitto tra i due grandi blocchi di potere dell’Est e dell’Ovest, del comunismo e del capitalismo. Alcuni missionari possono forse aver pregato per il trionfo del proletariato; altri, invece, per la disfatta del comunismo ateo; in ogni caso, tale conflitto costituiva il contesto della missione.

Ora, con la caduta del Muro di Berlino, non sappiamo dove stiamo andando. Ci stiamo dirigendo verso il benessere universale, o invece il sistema economico è sull’orlo del collasso? Avremo un grande boom, o assisteremo a un big-bang? Gli americani domineranno ancora per secoli l’economia mondiale, o ci troviamo alla fine di una breve era in cui l’Occidente ha costituito il centro del mondo? La comunità globale si estenderà ad includere tutti, compresa l’Africa, continente dimenticato? O al contrario il villaggio globale va contraendosi, lasciando al di fuori la maggioranza? Siamo di fronte a un villaggio globale o a un saccheggio globale? Non lo sappiamo.

Non lo sappiamo perché la globalizzazione ha raggiunto una nuova fase, con l’introduzione di tecnologie le cui conseguenze sono inimmaginabili. Non lo sappiamo, perché, per citare Giddens,3 abbiamo inventato un nuovo tipo di rischio. Gli esseri umani hanno dovuto da sempre fare i conti con il rischio: il rischio di epidemie, di cattivi raccolti, uragani, siccità, e talvolta di invasioni barbariche. Si trattava però di rischi in gran parte esterni, non soggetti al loro controllo. Non si poteva prevedere quando un meteorite sarebbe caduto sulla terra, o se un ratto pieno di pulci sarebbe venuto a portare la peste bubbonica. Ora invece il rischio ci viene principalmente da ciò che noi stessi abbiamo creato, dato questo che Giddens definisce “rischio costruito”: il surriscaldamento del pianeta, il sovrappopolamento, l’inquinamento, l’instabilità dei mercati, le conseguenze imprevedibili dell’ingegneria genetica. Non conosciamo gli effetti di ciò che stiamo facendo ora. Viviamo in un mondo in fuga. Ciò genera un’angoscia profonda. Noi cristiani non siamo depositari di una conoscenza particolare riguardo al futuro. Non sappiamo più degli altri se ci aspetta la guerra o la pace, la prosperità o la povertà. Spesso non siamo indenni dall’angoscia che attanaglia i nostri contemporanei. Per quanto mi concerne, mi capita di essere profondamente ottimista sul futuro dell’umanità, ma questo mi viene come eredità della fede di san Tommaso nella profonda bontà dell’uomo, o invece come eredità genetica dell’ottimismo di mia madre?

In questo mondo in fuga, ciò che i cristiani offrono non è la conoscenza, ma la sapienza, la sapienza del destino ultimo dell’umanità, il regno di Dio. Forse non abbiamo idea di come verrà il Regno, ma crediamo nel suo trionfo. Il mondo globalizzato è ricco di conoscenza. Infatti, una delle sfide che il vivere in questo ciber-mondo ci pone è che siamo sommersi dalle informazioni, ma vi è ben poca sapienza. Vi è uno scarso senso del destino ultimo dell’umanità. Parimenti, è tale l’angoscia di fronte al futuro, che risulta più facile non pensarci affatto. Cogliamo il momento presente. Mangiamo, beviamo e siamo felici, perché domani potremmo essere morti. Perciò la nostra spiritualità missionaria deve essere di tipo sapienziale, una sapienza della fine alla quale siamo chiamati, una sapienza che ci libera dall’angoscia.

In questa conferenza, vorrei suggerire che il missionario può farsi portatore di questa sapienza in tre modi: attraverso la presenza, attraverso l’epifania e attraverso l’annuncio. In alcuni luoghi tutto quello che possiamo fare è essere presenti, ma è naturale provare il desiderio di rendere visibile la nostra speranza, di esplicitare la nostra sapienza. La parola si è fatta carne e ora, nella nostra missione, la carne si fa parola.4

La presenza

Un missionario è inviato. È questo il significato della parola. Ma verso chi sono inviati i missionari, nel nostro mondo in fuga? Quando andavo a scuola dai benedettini, vennero dei missionari a farci visita da luoghi lontani, come l’Africa e l’Amazzonia. Noi mettevamo da parte del denaro, affinché dei bambini venissero battezzati con i nostri nomi. Devono esserci in giro per il mondo centinaia di Timothy di mezza età. Così i missionari venivano inviati dall’Occidente verso altri paesi. Ma al giorno d’oggi da dove vengono inviati i missionari? Una volta provenivano in genere soprattutto da Irlanda, Spagna, Gran Bretagna, Belgio e Québec. Ma oggi sono pochi i missionari provenienti da quelle regioni. Il missionario moderno è più probabile che provenga dall’India o dall’Indonesia. Ricordo l’eccitazione prodottasi nella stampa inglese all’arrivo in Scozia del primo missionario dalla Giamaica. Perciò, nel nostro villaggio globalizzato, non c’è un centro dal quale i missionari vengano poi smistati. Nella geografia di Internet, non c’è alcun centro, almeno in linea teorica. In pratica, sappiamo che ci sono più linee telefoniche a Manhattan che in tutta l’Africa sub-sahariana.

Inizierò a tentare di rispondere dicendo che, in questo nuovo mondo, i missionari sono inviati a coloro che sono altro da noi, distanti rispetto a noi per cultura, fede, storia. Essi sono lontani da noi, ma non necessariamente distanti in senso fisico; sono stranieri, anche se possono essere nostri vicini. L’espressione “villaggio globale” suona intima e confidenziale, come se tutti appartenessimo a una sola, grande, felice famiglia umana. Tuttavia, il nostro mondo globale è attraversato da divisioni e fratture, che ci rendono estranei gli uni gli altri, esseri incomprensibili e talvolta anche nemici. Il missionario viene inviato a stare in questi luoghi. Pierre Claverie, vescovo domenicano di Orano, in Algeria, fu assassinato nel 1996 dall’esplosione di una bomba. Poco prima della morte scriveva: “La Chiesa adempie la propria vocazione quando è presente di fronte alle rotture che crocifiggono l’umanità nella sua carne e nella sua unità. Gesù è morto dilaniato tra cielo e terra, le braccia protese a riunire i figli di Dio dispersi dal peccato che li separa, li isola e li volge gli uni contro gli altri e contro Dio stesso. Egli si è posto sulle linee di frattura nate da questo peccato. In Algeria, ci troviamo su una di queste linee sismiche che attraversano il mondo: Islam/Occidente, Nord/Sud, ricchi/poveri. Siamo proprio al nostro posto, giacché è in questo luogo che si può intravedere la luce della Risurrezione”.5

Queste linee di frattura non separano solamente diverse parti del mondo: il Nord e il Sud, il mondo sviluppato e il cosiddetto mondo in via di sviluppo. Tali linee attraversano ciascun paese, ciascuna città: New York e Roma, Nairobi e São Paulo, Delhi e Tokyo. Dividono quelli che hanno l’acqua potabile e quelli che non ce l’hanno, quelli che hanno accesso a Internet e quelli che non vi hanno accesso, le persone colte e gli analfabeti, la sinistra e la destra, coloro che hanno religioni diverse da coloro che non ne hanno neanche una, i bianchi e i neri. Il missionario deve farsi portatore di una sapienza, del disegno di Dio che egli ha predisposto in Cristo “per realizzarlo nella pienezza dei tempi: il disegno cioè di ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra” (Ef 1,10). E questa sapienza noi la rappresentiamo quando siamo presenti presso coloro che i muri delle divisioni tengono separati da noi.

Dobbiamo però compiere un passo ulteriore. Essere missionario non è ciò che si fa; è ciò che si è. Proprio allo stesso modo in cui Gesù è l’inviato (Eb 3,1). Essere presente presso l’altro, vivere sulle linee di frattura, implica una trasformazione di chi sono io. Nell’essere con e per l’altro, scopro una nuova identità. Penso a un vecchio missionario spagnolo che ho incontrato a Taiwan, il quale aveva lavorato in Cina per molti anni e che aveva conosciuto la prigionia. Una volta divenuto vecchio e malato, la sua famiglia insisteva affinché facesse ritorno in Spagna. Ma egli disse: “Non posso tornare. Sono cinese. Sarei uno straniero in Spagna”. Incontrando un gruppo di responsabili ebrei americani nel 1960, Giovanni XXIII li sorprese quando, entrando nella stanza, rivolse loro queste parole: “Sono Giuseppe, vostro fratello”. Ecco chi sono, e non posso essere me stesso senza di te. In questo senso, essere inviati implica un morire rispetto a colui che ero. Viene abbandonata una piccola identità. A Chrys McVey, uno dei miei fratelli americani che vive in Pakistan, fu chiesto quanto tempo vi sarebbe rimasto, ed egli rispose: “fino a quando non sarò stanco di morire”. Essere presente per e con l’altro è una sorta di morte della nostra antica identità, così da farsi segno del Regno nel quale saremo una sola cosa.

Nicholas Boyle ha scritto: “l’unica risposta difendibile e coerente sotto il profilo concettuale alla domanda “chi siamo noi oggi?” è la seguente: “i futuri cittadini del mondo”.6 Non siamo solo persone che lavorano per un nuovo ordine del mondo, cercando di superare guerre e divisioni. Noi siamo oggi i futuri cittadini del mondo. Si potrebbero adattare le parole di Boyle e affermare che oggi noi siamo i futuri cittadini del Regno. Il Regno è il mio paese. Io scopro ora chi sarò allora grazie alla vicinanza di coloro che più mi sono distanti. È proprio il nostro cattolicesimo a spingerci oltre ogni identità riduttiva e parziale, oltre ogni sentimento angusto di noi stessi, verso ciò che, per il momento, possiamo appena intravvedere. È questa l’incarnazione della nostra sapienza.

Non è facile, e, soprattutto richiede fedeltà. Il missionario non è un turista. Il turista può recarsi in luoghi esotici, scattare fotografie, godere del cibo e del paesaggio, e fare ritorno a casa indossando con orgoglio le T-shirts che si è comprato. Nello stare in un luogo, il missionario è solo un segno del Regno. Per citare le parole di uno dei miei fratelli: “tu non ti accontenti di disfare i bagagli, tu i bagagli li getti via”.

Non voglio con ciò intendere che tutti i missionari devono restare sino alla morte. Ci possono essere molte buone ragioni per andarsene: una nuova sfida da affrontare altrove, la malattia, l’esaurimento delle forze, e così via. Sostengo però che la missione implica fedeltà. Come è fedele quel missionario spagnolo, che ho conosciuto nella giungla peruviana, che semplicemente continua a stare là, anno dopo anno, facendo visita alla sua gente, percorrendo gli stessi tragitti negli stessi piccoli accampamenti, rimanendo appunto con fedeltà, anche se non sembra accadere nulla di particolare. Spesso una grande fonte di sofferenza per il missionario è scoprire che la sua presenza non è desiderata. Può accadere che la popolazione locale, o le vocazioni locali della sua congregazione, gli impongano di andarsene. La sua forza interiore consiste nel rimanere comunque, talvolta senza essere apprezzato. L’eroismo del missionario consiste nell’osare la scoperta di chi io sono con e per questi altri, anche se questi altri non sono disposti a scoprire chi sono con e per me. Consiste nel rimanere sul posto con fedeltà, anche se può costare la vita, come nel caso di Pierre Claverie e dei monaci trappisti in Algeria.

Io ho lasciato Roma proprio alla vigilia della giornata mondiale della gioventù. Tuttavia, nel corso dei miei incontri con alcuni dei giovani laici domenicani, sono stato colpito dalla loro gioia di trovarsi in presenza di chi è diverso da loro, di chi non gli rassomiglia. Tedeschi e francesi, polacchi e pakistani: c’è un’apertura sorprendente che va oltre le barriere di razza e cultura, generazione e fede. È un dono recato dai giovani alla missione della Chiesa, e un segno del Regno. Forse la sfida che si profila dinanzi ai giovani missionari è quella di apprendere questa forza interiore, questa stabile fedeltà nei confronti dell’altro, a fronte della nostra fragilità e della nostra angoscia. Le nostre case di formazione dovrebbero essere scuole di fedeltà, dove imparare a tenere duro, persistere, anche quando andiamo incontro al fallimento, quando si verificano fraintendimenti, crisi nelle relazioni, persino quando sentiamo che i nostri fratelli e le nostre sorelle non ci sono fedeli. La risposta non può essere allora la fuga, il ricominciare, l’ingresso in un altro ordine, o il matrimonio. Dobbiamo disfare le valigie e gettarle via. La presenza non coincide con un semplice esserci. Si tratta di starci. Si tratta di assumere la forma di una vita vissuta attraverso la storia, di una vita che tende verso il Regno. La perdurante presenza del missionario è certo un segno della presenza reale del Signore che ci ha donato il suo corpo per sempre.

L’epifania

In molte parti del mondo, tutto ciò che i missionari possono fare è esserci. In alcuni paesi comunisti e islamici non è possibile nulla di più, se non essere un segno implicito del Regno. Talvolta, nei quartieri più poveri delle nostre città, o quando si lavora con i giovani o con i malati psichici, la missione deve incominciare in modo anonimo. Il prete-operaio è semplicemente là, nella fabbrica. La nostra fede invece anela ad assumere una forma visibile, a essere vista. Quest’anno, Neil MacGregor, direttore della National Gallery di Londra, ha organizzato una mostra dal titolo “Vedere la salvezza”. Durante la maggior parte della storia europea, la nostra fede è stata resa visibile attraverso vetrate, dipinti e sculture. La celebrazione della nascita di Cristo cominciava tradizionalmente con l’Epifania, rivelazione della gloria di Dio tra di noi. Quando Simeone riceve tra le sue braccia il bambino Gesù nel tempio, gioisce, “perché i miei occhi han visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli” (Lc 2,30s). Come afferma Giovanni, noi annunciamo “ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi, ciò che noi abbiamo contemplato e ciò che le nostre mani hanno toccato” (1Gv 1s). La missione spinge oltre la presenza, verso l’epifania.

Fin dai tempi della lotta iconoclasta del IX secolo, il cristianesimo ha cercato di mostrare il volto di Dio. Nell’Europa del Medioevo, la gente vedeva raramente dei ritratti, all’infuori di quello di Cristo e dei santi; nel mondo di oggi, invece, siamo bombardati di volti. Sui nostri muri abbiamo nuove icone: Madonna, la principessa Diana, Tiger Woods, le Spice Girls. Al giorno d’oggi essere importanti significa raggiungere lo “status di icona”. Ovunque trionfano volti: politici, attori, calciatori, ricchi, persone famose solo per essere famose. Ci sorridono dai cartelloni pubblicitari nelle strade, o dagli schermi televisivi. Ma noi crediamo che tutta l’umanità aneli alla vista di un altro volto, il volto di Dio, visione beatificante. Come possiamo rendere manifesto quel volto?

Non basta aggiungere semplicemente il volto di Cristo alla folla dei volti. Potrebbe essere un bene se Walt Disney producesse una versione a cartoni animati del Vangelo, ma non sarebbe sufficiente. Mettere sullo schermo il volto di Gesù accanto a Topolino o a Paperino non significherebbe conseguire l’epifania. Molte Chiese protestanti in Gran Bretagna recano all’esterno delle insegne con scritte che riprendono parole del Vangelo e sembrano in competizione con gli annunci pubblicitari di cui le strade straboccano. Tutto ciò potrà anche essere degno di ammirazione, ma in me suscita sempre un certo imbarazzo. Mi ritornano in mente le risatine di noi bambini, quando ci trovavamo a passare davanti all’insegna di una Chiesa locale su cui campeggiava la domanda: “Vegliammo con le vergini sagge, o dormimmo con le vergini imprudenti?” .

La sfida è questa: come rivelare la gloria di Dio, la bellezza di Dio? Come manifestare la bellezza di Dio in questo mondo saturo di immagini? Von Balthasar parla di “autoevidenza della bellezza”, di una sua “intrinseca autorità”.7 Riconosciamo nella bellezza un appello che è difficile ignorare. C.S. Lewis afferma che la bellezza risveglia in noi il desiderio “della nostra patria lontana”,8 il focolare al quale abbiamo per tanto tempo aspirato e che non abbiamo mai visto. La bellezza svela il nostro fine ultimo, quello per il quale siamo stati creati, la nostra sapienza. In questo mondo in fuga, con il suo incerto futuro, il missionario è il portatore della sapienza, la sapienza del destino ultimo dell’umanità. È questo destino ultimo che si intravede nella bellezza del volto di Dio. Come possiamo manifestarlo oggi?

È più facile porre questa domanda che trovare per essa una risposta; spero che quelle che mi proporrete voi siano più stimolanti delle mie! Io credo che dobbiamo presentare immagini e volti di una qualità diversa da quella dei volti che vediamo nelle nostre strade. In primo luogo, la bellezza non si rivela nel volto di chi è ricco o famoso, ma piuttosto in quello di chi è povero e senza potere. In secondo luogo, le immagini del villaggio globale propongono divertimento e distrazione, mentre la bellezza di Dio si svela nella trasformazione.

Le immagini del villaggio globale mostrano la bellezza del potere e della ricchezza. È la bellezza della gioventù e della salute, che ha tutto per sé. È la bellezza della società del consumo. E non pensiate che io sia geloso di chi è giovane e sano, per quanta nostalgia possa provare per quella condizione: tuttavia, il Vangelo situa altrove la bellezza. Lo svelamento della gloria di Dio è la croce, un uomo che muore, un uomo abbandonato. È un’idea così scandalosa che sembra ci siano voluti quattrocento anni per rappresentarla. La prima rappresentazione di Cristo crocifisso è probabilmente quella che appare sulle porte di santa Sabina, dove vivo io, e che risale al 432, dopo la distruzione di Roma da parte dei barbari. L’irresistibile bellezza di Dio risplende attraverso la più totale povertà.

Può sembrare un’idea assurda, fin tanto che non si richiama alla mente uno dei santi più splendidi e affascinanti: san Francesco d’Assisi. Quest’estate ho fatto un breve pellegrinaggio ad Assisi. La basilica era piena di gente, attirata dalla bellezza della sua vita. Gli affreschi di Giotto sono bellissimi, ma la bellezza più profonda è quella del “poverello”. La sua vita è segnata da un vuoto, una povertà, che può essere riempita solo da Dio. Il Card. Suhard ha scritto che essere missionario “non consiste nel dedicarsi a un’opera di propaganda, né nell’accendere la gente, ma nell’essere un mistero vivente. Significa vivere in modo tale che la vita non avrebbe più alcun senso se Dio non esistesse”.9 Noi vediamo in Francesco la bellezza di Dio, perché la sua vita non avrebbe senso se Dio non esistesse.

Inoltre — ed è un dato altrettanto importante — Francesco ha scoperto una nuova immagine della povertà stessa di Dio (perché io stia facendo tutta questa pubblicità ai francescani, non lo so proprio!). Secondo Neil MacGregor, è stato Francesco a inventare il presepio, il segno di Dio che abbraccia la nostra povertà. Nel 1223 scrisse al signore di Greccio: “Vorrei rappresentare la nascita di Cristo esattamente come ha avuto luogo a Betlemme, così che la gente possa vedere con i suoi stessi occhi le prove che ha dovuto sostenere da bambino, come fu deposto in una mangiatoia, con accanto il bue e l’asino”.10 Durante la Rinascenza del XIII secolo, con i suoi nuovi affreschi, i nuovi ed esotici beni di consumo, la nuova civiltà urbana, la sua mini-globalizzazione, Francesco rivela la bellezza di Dio con una nuova immagine della povertà.

Ecco la sfida che dobbiamo raccogliere nel villaggio globale: mostrare la bellezza del Dio povero e debole. È un compito particolarmente difficile, perché spesso la nostra missione si svolge proprio là dove la povertà è più drammatica: in Africa, in America Latina, in alcune regioni dell’Asia, dove la povertà è atroce in modo eclatante. I missionari costruiscono scuole, università, ospedali. Dirigiamo istituzioni solide e assolutamente indispensabili. Siamo considerati ricchi. D’altronde, in molti paesi il sistema sanitario e quello educativo affonderebbero se non fosse per la Chiesa. Come possiamo, in queste condizioni, manifestare la gloria di Dio, visibile nella povertà? Come offrire questi servizi insostituibili, e nel contempo continuare a condurre una vita che sia mistero, e che non avrebbe alcun senso senza Dio?

Accennerò ora rapidamente a un secondo modo di manifestare la bellezza di Dio, e cioè attraverso atti di trasformazione. Ho iniziato questa conferenza affermando che ciò che è veramente unico nella nostra società non è forse tanto il dato della globalizzazione, quanto piuttosto il fatto di non sapere in che direzione stia andando il mondo. Non abbiamo alcuna idea di quale genere di futuro ci stiamo creando. Persino il Polo Nord ha cominciato a fondere e a trasformarsi in una pozza d’acqua. E dopo? Questa incertezza provoca un’angoscia profonda. Quasi non osiamo neppure contemplare il domani, e in queste condizioni è più facile limitarsi a vivere per il presente. Questa è la cultura della gratificazione immediata. Per citare Kessler: “Oggi la stragrande maggioranza delle persone vive non tanto di grandi speranza e prospettive globali, ma di intenzioni a breve scadenza, di obiettivi a portata di mano. “Vivi la tua vita, ora” suona l’imperativo esistenziale della cultura secondaria globale, che va prendendo piede sempre più. Basta vivere la vita così, nel presente — senza obiettivi”.11

Quando arrivo a Londra in aereo, vedo spesso la grande Ruota del millennio, l’orgogliosa celebrazione, da parte della città, dei duemila anni dalla nascita di Cristo. Ma la ruota non fa altro che girare e girare, sempre ammesso che tutto funzioni a dovere. Non va da nessuna parte. Ci offre la possibilità di essere spettatori, di osservare il mondo senza farci coinvolgere. Ci intrattiene, e ci consente di sfuggire per qualche attimo al ritmo frenetico della città. Essa simboleggia efficacemente il modo in cui spesso cerchiamo di sopravvivere in questo mondo in fuga. Siamo ben contenti di lasciarci distrarre, di evadere per un momento. Ed è proprio questo che ci è offerto da molte delle nostre immagini: una distrazione che ci consenta di dimenticare.12 I videogiochi, le soap operas, i film ci offrono una sorta di amnesia di fronte a un futuro ignoto. (Ciò detto, sto ancora aspettando che uno dei miei nipoti mi porti sulla Ruota del millennio!).

Questa tendenza all’evasione si esprime innanzitutto in un fenomeno tipico della fine del XX secolo, l’happening. Si utilizza anche il termine francese le happening. Quando la Francia ha festeggiato il nuovo millennio con un gigantesco pic-nic di mille chilometri, c’è stato un “happening incroyable”! Un happening può essere una discoteca, una partita di calcio, un concerto, un party, una serata, le Olimpiadi. Un happening è un momento di esuberanza, di estasi, che ci trasporta fuori dal nostro mondo opaco e rigido, così che possiamo dimenticare. Quando Disneyland ha costruito in Florida una nuova città, in cui la gente potesse cercare di sfuggire alle angosce dell’America moderna, l’ha chiamata Celebration.

Nondimeno, il cristianesimo trova il proprio centro in un “happening incroyable” la Risurrezione. È un genere di happening di una qualità affatto diversa. Non offre evasione, ma trasformazione. Non ci invita a dimenticare il domani, ma è il futuro stesso che irrompe nel presente. Di fronte a tutta la nostra angoscia in questo mondo in fuga, in cui non sappiamo dove stiamo andando, i cristiani non possono rispondere né con l’amnesia, né con ottimistiche previsioni sul futuro. Noi scopriamo i segni della risurrezione che irrompe con gesti di trasformazione e di liberazione. Le nostre celebrazioni non sono un’evasione, ma un’anticipazione del futuro. Quello che offrono non è oppio, come sosteneva Marx, bensì una promessa.

Cornelius Ernst, un domenicano inglese, ha descritto l’esperienza di Dio come “il momento genetico”. Il momento genetico è trasformazione, novità, creatività, con cui Dio fa irruzione nella nostra vita. Queste le sue parole: «Ogni momento genetico è un mistero. È alba, scoperta, primavera, novella nascita, venire alla luce, risveglio, trascendenza, liberazione, estasi, promessa nuziale, dono, perdono, riconciliazione, rivoluzione, fede, speranza, amore. Si potrebbe affermare che il cristianesimo è la consacrazione del momento genetico, il nucleo vivente da cui rilegge le prospettive infinitamente varie e mutevoli dell’esperienza umana nella storia. Questo rivendica o dovrebbe rivendicare: il potere di trasformare e rinnovare tutte le cose: “Ecco, io faccio nuove tutte le cose” (Ap 21,5)”.13</p

Perciò, la sfida che si profila per la nostra missione è quella di scoprire come rendere visibile Dio attraverso gesti di libertà, di liberazione, di trasformazione, piccoli happenings che siano segni della fine. Abbiamo bisogno di piccole irruzioni dell’irriducibile libertà di Dio, e della sua vittoria sulla morte. È abbastanza curioso che mi sia risultato più facile pensare a immagini profane decisamente evidenti che non a immagini religiose: l’esile sagoma di fronte al carro armato in piazza Tienanmen, la caduta del Muro di Berlino.

Quali potrebbero essere le immagini esplicitamente religiose? Forse una comunità di monache domenicane nel nord del Burundi, Tutsi e Hutu che vivono e pregano insieme, in pace, in una terra in cui regna la morte. Il loro piccolo monastero, circondato dal verde dei campi coltivati, in una terra bruciata e devastata, è un segno di Dio, il quale non lascia che la morte abbia l’ultima parola. Un altro esempio potrebbe essere una comunità ecumenica che ho avuto occasione di visitare a Belfast, nell’Irlanda del Nord. Cattolici e protestanti vivevano insieme, e quando qualcuno veniva ucciso durante gli scontri tra le due fazioni, un membro cattolico e un membro protestante della comunità si recavano insieme a fare visita ai parenti della vittima, e a pregare insieme a loro. Questa comunità era un’incarnazione della nostra sapienza, un segno di come non siamo condannati inesorabilmente alla violenza, una piccola epifania del Regno. Non sappiamo se la pace sia a portata di mano, o se invece la violenza sia destinata a inasprirsi, ma certo qui si era di fronte a una parola fattasi carne, una parola che parlava del disegno ultimo di Dio.

L’annuncio

Siamo passati dalla missione come presenza alla missione come epifania. I nostri occhi hanno visto la salvezza del Signore. Dobbiamo però compiere un ultimo passo, che è l’annuncio. Il nostro Vangelo deve trovare la parola. Alla fine del Vangelo di Matteo, i discepoli sono inviati in tutte le nazioni a fare nuovi discepoli, e a insegnare a tutti ciò che Gesù ha stabilito. La Parola si fa carne, ma anche la carne si fa parola.

Ci troviamo di fronte a quella che costituisce forse la crisi più profonda della nostra missione nel mondo di oggi. C’è un atteggiamento di profondo sospetto nei confronti di chiunque pretenda insegnare, a meno che non provenga dall’Oriente, o proponga qualche strana dottrina New Age. I missionari che insegnano sono sospettati di indottrinamento, di imperialismo culturale, di arroganza. Chi siamo noi per dire ad altri in cosa dovrebbero credere? Insegnare che Gesù è Dio è visto come un gesto di indottrinamento, ma insegnare che Dio è un fungo sacro fa parte del ricco corredo della tradizione umana! In ogni caso, la nostra società è profondamente scettica nei confronti di qualunque pretesa di verità. Noi viviamo a Disneyland, il paese dove la verità può essere reinventata a piacere. Nell’era virtuale, la verità è ciò che si fa apparire sullo schermo del computer. Ho letto di un pilota che, dopo il decollo da un aereoporto in Perù, si accorse che il suo pannello di controllo era impazzito. Quando virava a sinistra, lo schermo diceva che stava andando a destra; quando si alzava di quota, diceva che si stava abbassando. Le ultime parole registrate sono state: «È tutto finto». Purtroppo la montagna contro cui si schiantò non lo era.

Nell’opera Christianity Rediscovered (Il cristianesimo riscoperto), Vincent Donovan descrive i suoi numerosi anni di lavoro come missionario presso i Masai, a costruire scuole e ospedali, senza però mai annunciare la sua fede. I suoi superiori non lo incoraggiavano in questa direzione. Alla fine, non potendo contenersi più a lungo, riunì tutti per annunciare la sua fede in Gesù. E allora (se ricordo bene, visto che la mia copia del libro è andata persa) gli anziani gli dissero: “Ci siamo sempre domandati perché tu fossi qui, e ora lo sappiamo. Perché non ce lo hai detto prima?”. Per questo siamo stati inviati: per parlare agli altri della nostra fede. Non sempre abbiamo la libertà di parlare, e dobbiamo scegliere accuratamente il momento, ma sarebbe in ultima analisi paternalistico e condiscendente da parte nostra non annunciare ciò che riteniamo sia vero. E invero, fa parte della buona novella l’annuncio che gli esseri umani sono fatti per la verità e possono raggiungerla. Come afferma la Fides et ratio, “si può definire (…) l’uomo come colui che cerca la verità” (n. 28; EV 17/1234), e tale ricerca non è vana. Noi abbiamo — sono le parole delle Costituzioni domenicane — una “propensio ad veritatem” (LCO, 77, 2), un’inclinazione verso la verità. Ogni spiritualità della missione non può prescindere dalla passione per la verità.

Nel contempo, è un punto centrale dell’insegnamento cattolico tradizionale l’idea che noi ci manteniamo all’estremo limite del linguaggio, intravedendo a malapena i confini del mistero. San Tommaso afferma che l’oggetto della fede non sono le parole che pronunciamo, ma Dio, che non possiamo né vedere, né conoscere. L’oggetto della fede va oltre la portata e il potere delle nostre parole. Noi non possediamo, né padroneggiamo la verità. Di fronte alle credenze e alle affermazioni degli altri, dobbiamo mantenere un atteggiamento di profonda umiltà. Per citare Pierre Claverie, “io non possiedo la verità, ho bisogno della verità degli altri”: sono un mendicante di verità.

Al cuore di una spiritualità della missione vi è sicuramente una comprensione della buona relazione tra la nostra fiducia nella rivelazione della verità e la nostra umiltà di fronte al mistero. Il missionario deve trovare il giusto equilibrio tra fiducia e umiltà. È questa una fonte di grande tensione in seno alla Chiesa, tra la Congregazione per la dottrina della fede e diversi teologi asiatici, come pure all’interno di diversi ordini religiosi. Può rivelarsi una tensione molto feconda al cuore stesso del nostro annuncio del mistero. Ricordo un Capitolo generale dei domenicani nel corso del quale scaturì un’accesa discussione tra coloro che centravano interamente la propria vita e la propria vocazione sull’annuncio della verità, e coloro che sottolineavano quanto poco, secondo Tommaso d’Aquino, possiamo conoscere a proposito di Dio. Tutto si concluse al bar, con un seminario su un passo della Summa contra gentiles, e con la consumazione di una gran quantità di birra e di cognac! Per vivere bene questa tensione tra annuncio e dialogo, credo il missionario debba avere una spiritualità della sincerità e una vita di contemplazione.

Può apparire strano parlare di una spiritualità della sincerità. È evidente che colui che predica deve dire solo ciò che è vero. Tuttavia, ritengo che saprà quando parlare e quando tacere, che troverà il giusto equilibrio tra fiducia e umiltà, solo se sarà stato formato all’esigente disciplina della sincerità. È questo un ascetismo lento e doloroso, un’attenzione all’uso delle parole, un ascolto di ciò che dicono gli altri, una presa di coscienza di tutti i modi in cui ci serviamo delle parole per dominare, sovvertire, manipolare, anziché rivelare e manifestare.

Così scriveva Nicholas Lash: “Inviati come ministri della Parola redentrice di Dio, noi dobbiamo — nella politica e nella vita privata, nel lavoro e nello svago, nel commercio e nella ricerca scientifica — mettere in pratica e incrementare quella spirito filologico, quell’attenzione alla parola, quella cura meticolosa e coscienziosa per la qualità del dialogo e per l’onestà della memoria, che è la prima causalità del peccato. La Chiesa di conseguenza è, o dovrebbe essere, una scuola di filologia, un’accademia di cura della parola”.14 L’idea del teologo come filologo può sembrare molto arida e polverosa. Come può un missionario avere tempo per questo genere di cose? Invece, essere un predicatore significa imparare l’ascetismo della sincerità in tutte le parole che pronunciamo, nel modo in cui parliamo degli altri, dei nostri amici come dei nostri nemici, di coloro che si sono appena assentati, del Vaticano, di noi stessi. Solo assimilando nel cuore questa verità sapremo enunciare la differenza tra una fiducia positiva nell’annuncio della verità, e l’arroganza di coloro che pretendono di sapere più di quanto non sia possibile; tra l’umiltà di fronte al mistero e un relativismo insipido che non osa neppure più prendere la parola. La disciplina fa parte della nostra assimilazione a colui che è la Verità, e la cui parola “è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla, e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12).

In secondo luogo, saremo predicatori umili e fiduciosi solo se diventeremo contemplativi. Chrys McVey affermava che “la missione inizia nell’umiltà e culmina nel mistero”. Solo se impareremo a fermarci nel silenzio di Dio, potremo trovare le giuste parole, al contempo sincere e umili. Solo se il centro della nostra vita è il silenzio stesso di Dio, possiamo discernere dove finisce il linguaggio e dove comincia il silenzio, quando annunciare e quando tacere. Rowan William scriveva che “ciò che dobbiamo riscoprire è la disciplina del silenzio: non un silenzio assoluto, ininterrotto e inarticolato, ma la disciplina che consiste nell’abbandonare i nostri facili discorsi sul Vangelo, così che le nostre parole possano sgorgare nuovamente da una profondità e con una forza diverse, da qualcosa che va oltre la nostra immaginazione”.15 È questa dimensione contemplativa della vita, capace di distruggere le false immagini di Dio che potremmo essere tentati di venerare, che ci libera dalle insidie dell’ideologia e dell’arroganza.

I futuri cittadini del Regno

Devo ora concludere tirando le fila del discorso. Ho detto che il fondamento di ogni missione è la presenza; esserci, come un segno del Regno, accanto a coloro che sono i più radicalmente diversi, divisi da noi da storia, cultura, o religione. Ma questo è solo l’inizio. La nostra missione ci spinge verso l’epifania e, in ultima analisi, verso l’annuncio. La Parola si fa carne, e la carne si fa parola. Ciascuno stadio nello sviluppo della nostra missione esige dal missionario qualità diverse: fedeltà, povertà, libertà, sincerità e silenzio. Sto forse delineando il profilo di un impossibile missionario santo, molto distante da qualunque missionario reale? Tutto questo equivale a una coerente “spiritualità della missione”?

Ho sostenuto che, in questa fase della storia della missione, il modo migliore di considerare il missionario è quello di vederlo come il futuro cittadino del Regno. Il nostro mondo in fuga è fuori controllo. Non sappiamo in quale direzione stia andando, se verso la felicità o verso la disgrazia, verso la prosperità o verso la povertà. Noi cristiani non siamo depositari di informazioni privilegiate. Crediamo però veramente che alla fine verrà il Regno. È questa la nostra sapienza ed è questo tipo di sapienza che i missionari incarnano con la loro stessa vita.

San Paolo scrive ai Filippesi: “dimentico del passato e proteso verso il futuro, corro verso la meta per arrivare al premio che Dio ci chiama a ricevere lassù, in Cristo Gesù” (Fil 3, ). È un’immagine straordinariamente dinamica. San Paolo è teso, pronto allo scatto, come un atleta a Sidney in corsa per l’oro olimpico! Essere un futuro cittadino del Regno significa vivere questo dinamismo. Significa tendersi, pronti allo scatto, correre verso il traguardo. Il missionario soffre di incompletezza: è un essere compiuto a metà, fino all’avvento del Regno in cui tutti saranno una cosa sola. Noi ci protendiamo verso gli altri, verso quelli più distanti, più incompleti, fino al momento in cui saremo tutt’uno con loro nel Regno. Noi tendiamo la mano verso una pienezza di verità, che per il momento intravediamo solo vagamente; tutto ciò che annunciamo è invaso dal silenzio. Siamo pervasi da una sete di Dio, la cui bellezza possiamo indovinare nella nostra povertà. Essere un futuro cittadino del Regno significa essere dinamicamente, radiosamente, gioiosamente incompleto.

Eckhart scriveva che “nell’esatta misura in cui tu lasci tutte le cose, proprio in questa esatta misura, né più, né meno, Dio arriva apportando tutto ciò che è suo – se veramente tu abbandoni tutto ciò che possiedi”.16 La bellezza di Eckhart è che meno uno sa di cosa sta parlando, tanto più ciò che dice risuona come meraviglioso! Forse ci sta invitando a un esodo radicale da noi stessi, capace di creare un vuoto in cui Dio entri. Noi ci tendiamo verso Dio nel nostro prossimo, Dio che è il più radicalmente altro, così da scoprire Dio al centro del nostro essere, Dio come ciò che vi è di più intimo. Infatti Dio è totalmente altro e totalmente intimo. Ed è questa la ragione per cui, per amare Dio, dobbiamo amare a un tempo il prossimo e noi stessi. Ma questo potrebbe essere il tema di un’altra conferenza!

Questo amore è molto rischioso. Giddens afferma che, in questo mondo pericoloso, che precipita verso un futuro ignoto, l’unica soluzione è correre dei rischi. Il rischio è il tratto peculiare di una società che guarda al futuro. Queste le sue parole: “assumersi dei rischi in modo positivo è la vera fonte di quell’energia che crea la ricchezza in un’economia moderna … Il rischio è la dinamica mobilitante di una società che tende al cambiamento, che vuole determinare il proprio futuro anziché consegnarlo alla religione, alla tradizione o alla stravaganza della natura”.17 Giddens considera chiaramente la religione come un rifugio dal rischio, ma la nostra missione ci chiama a un rischio che va oltre la sua immaginazione. È il rischio dell’amore. È il rischio di vivere per altri che magari non ne vogliono sapere di me; il rischio di vivere per una pienezza di verità che non posso mai cogliere pienamente, il rischio di lasciarsi svuotare dalla sete di Dio, il cui Regno verrà. Questo è quanto di più rischioso ci sia, e nondimeno quanto di più sicuro.

Notes:

 1 A. Giddens, Runaway World. How Globalisation is Reshaping our Lives, London 1999 (tr. it.: Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, Il Mulino, Bologna, 2000).
2 Sui primi due stadi della missione, cf. R.J. Schreiter, The New Catholicity. Theology Between the Global and the Local, New York, 1997.
3 Cf. Giddens, Runaway World.
4 Sono certo che si tratti di una citazione da qualcuno, ma non riesco a ricordare chi!
5 P. Claverie, Lettres et messages d’Algerie, Paris, 1996.
6 N. Boyle, Who Are We Now? Christian Humanism and the Global Market from Hegel to Heaney, Edinburgh, 1998, p. 20.
7 Cf. A. Nichols, o.p., The Word Has Been Abroad: a guide through Balthasar’s aesthetics, Edinburgh, 1998, p. 1.
8 La citazione è tratta da R. Harries, Art and the Beauty of God: A Christian Understanding, London, 1993, p. 4.
9 La citazione è tratta da S. Hauerwas, Sanctify Them in the Truth, Edinburgh, 1998, p. 38.
10 N. MacGregor, Seeing Salvation, London, 2000, p. 49.
11 H. Kessler, “Appagamento — sperimentato al momento e tuttavia dolorosamente non trovato?”, in Concilium 35,(1999), 4, 143.
12 Cf. A. Moreira, “La memoria pericolosa di Gesù Cristo in una società post-tradizionale”, e F.D. Dagmang, “Gratificazione istantanea e liberazione”, entrambi in Concilium 35,(1999), 4.
13C. Ernst op, The Theology of Grace, Dublin 1974, 74ss.
14 La citazione è tratta ancora da Ernst, The Theology of Grace, p. 166.
15 R. Williams, Open to Judgment, London, 1996, pp. 268ss.
16 Meister Eckhart, Sermons and Treatises, IV, London, 14 (ed. it.: Trattati e prediche, a cura di G. Faggin, Milano, 1982).
17 Giddens, Runaway World, p. 23s.

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