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Santo sì, “ma” laico. Modelli di santità nella Chiesa

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Ieri,  5 luglio 2018, Papa Francesco ha autorizzato la pubblicazione dei decreti riguardanti le virtù di alcuni Servi di Dio laici, tra cui Giorgio La Pira, laico domenicano, sindaco di Firenze. Riportiamo la prima parte di un articolo di Simona Segoloni teologa, docente di Ecclesiologia all’Istituto teologico di Assisi, pubblicato su La Voce del 31 ottobre 2017.

I santi che la Chiesa eleva agli onori dell’altare sono proposti come modelli di vita cristiana. La vicenda di questi fratelli e di queste sorelle diventa un segno di speranza e una traccia da seguire per poter giungere alla loro meta: la comunione con Dio. Chiaramente però riconoscere un modello dipende dalle convinzioni di chi lo cerca, dai valori, dalle idee, dalla comprensione dell’umano e del sociale; in estrema sintesi, i modelli, anche quelli di santità, vengono riconosciuti sempre dentro un orizzonte culturale e, nel caso dei santi, ecclesiale. Si riconosce un modello di santità e lo si propone ai credenti perché dentro una certa coscienza ecclesiale, in un dato periodo storico e in un contesto culturale, si riconosce la vita di qualcuno come esemplare.

Non significa certo che Dio ha agito solo in quelli che noi riusciamo a riconoscere, infatti la Chiesa ha sempre avuto la percezione di una santità diffusa che non trova una collocazione nel calendario liturgico eppure non è certo meno concreta. Questa è piuttosto l’iceberg la cui punta emergente sono le poche vite che riusciamo a riconoscere come esemplari e che riconosciamo proprio sulla base del contesto ecclesiale e culturale in cui ci troviamo.

Modelli di santità nella storia

Se scorriamo i modelli di santità lungo la storia troveremo anzitutto gli apostoli e gli evangelisti, per la singolare vicinanza all’evento Cristo, quindi i martiri, senza grandi distinzioni sul ruolo ecclesiale o sullo stato di vita da loro vissuti, perché il martirio diventa la somma testimonianza che finisce per assorbire tutti gli altri aspetti in cui la fede è stata vissuta dal testimone ucciso per la fede. Quindi, terminata l’epoca in cui il martirio era tanto diffuso da divenire un rischio connaturale al diventare credenti, i modelli di santità riconosciuti e proposti dalla chiesa sono stati per lo più vescovi, presbiteri e monaci/che.

Molto probabilmente questo è dovuto, oltre alla reale santità delle persone operata dallo Spirito, al fatto che la Chiesa riconoscesse come opera di Dio, meritevole di essere portata come esempio ad altri, il servizio dei Pastori e la vita ascetica dei monaci/che, mentre non riusciva a cogliere nessun eroismo o nessuna straordinaria testimonianza – salvo rare salutari eccezioni – nel servizio reso nella politica, nel lavoro, nella vita matrimoniale.

Addirittura le sante femmine (diversamente da quanto accade per gli uomini) sono state “catalogate” sulla base della loro vita sessuale, si è ritenuto cioè che la verginità – solo per le donne, si badi – costituisse un motivo di particolare merito, tanto da celebrare le donne vergini con un formulario liturgico specifico. Possono essere state dottori, guerriere, ascetiche, martiri della carità, ma ciò che contava veramente, per comprenderne la santità, è se avessero avuto o meno rapporti sessuali.

Perché? Perché per un lungo periodo di storia la condizione femminile è stata letta alla luce della sessualità: una donna era compresa solo come vergine o sposa, e nel primo caso aveva maggior merito perché la sessualità era vista sempre come un cedimento rispetto alla perfezione, un difetto tollerabile, ma pur sempre un difetto di santità.

Matrimonio luogo di santità

Oggi la coscienza ecclesiale è cambiata. Abbiamo compreso la vita matrimoniale come un luogo di santità, la sessualità e la procreazione come luoghi di donazione eroica, e la vita laicale come una condizione in cui il credente può donare tutto se stesso in una sequela radicale del Signore. Ed ecco perché negli ultimi decenni tanti laici e tanti coniugi sono stati indicati come modello di vita cristiana. Sempre ci sono stati santi laici e coniugati, ma ce ne riusciamo ad accorgere solo adesso, perché le condizioni culturali e la sensibilità ecclesiale hanno permesso un affinamento del nostro sguardo.

E così siamo arrivati a riconoscere in Vittorio Trancanelli non solo una gran brava persona, ma un dono per la Chiesa, perché altri imparino che cosa vuol dire amare Dio e amare il prossimo.

Vittorio era sposato con Lia e aveva figli (naturali e non). Questo ci dice che la santità non è una questione che si vive a tu per tu con Dio, ma in un intreccio di relazioni intime, quotidiane, invasive, viscerali. Non si è santi – come per tanto tempo si è predicato – perché liberi da tutti per amare Dio, ma perché, legati in ogni modo possibile da vincoli di amore, ci si trova immersi nella stessa vita del Dio Amore, mistero di comunione.

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