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La Sfida del Linguaggio Digitale alla Predicazione

Digitale Linguaggio

Proponiamo l’articolo «La sfida del linguaggio digitale alla predicazione” di Edoardo Mattei, Consigliere Provinciale dei Laici Domenicani della Provincia, pubblicato sul sito dei Frati di Provincia il 18 Gennaio 2018. Edoardo Mattei è Fondatore e Chairman dell’Institute for Digital Society

Il linguaggio evoluto è un carattere distintivo dell’uomo. La sua capacità simbolica, in grado di gestire quantità enormi di informazioni, è alla base del processo evolutivo: con esso comunichiamo le nostre idee e stabiliamo relazioni. Per questo motivo il linguaggio si evolve con la storia umana rinnovando i legami semantici, le relazioni fra significati e significanti, decretando l’abbandono di parole arcaiche e la nascita di nuove espressioni. Il digitale, mentre disegna nuove forme espressive, acquista forza plasmante e modifica le nostre mappe concettuali ridisegnandole su coordinate fino ad oggi sconosciute.

Un professore di filosofia mi raccontava del suo stupore quando, dopo aver parlato del Mito della Caverna, fu sorpreso dal commento di uno studente: «è come l’icona sul desktop»! Già mons. Bruno Forte, teologo e vescovo di Chieti-Vasto metteva in guarda dai cambiamenti semantici del digitale: salvare, convertire, giustificare sono inconciliabili se compresi nei loro contesti teologici e digitali. Chi “salva”? Che cos’è la “conversione”? Che cosa si “giustifica”?

Come già avvertiva McLuhan, padre della scienza della comunicazione, «ogni invenzione o tecnologia è una estensione o autoimputazione del nostro corpo, che impone nuovi rapporti tra gli organi e le altre estensioni del corpo». I media digitali hanno “amputato” l’uomo costringendolo a sedere davanti ad uno schermo e lo hanno reso muto a vantaggio dell’udito e della vista. Il filosofo Maurizio Ferraris ha indagato questo rapporto scoprendo la superiorità della scrittura fino a teorizzare una “documentalità”, una coincidenza fra anima e tablet proprio nella memoria “scritta”.

Il digitale ci propone una prospettiva in cui la parola è un esercizio intimo e privato. Sherry Turkle, docente di sociologia al MIT, ha scoperto la difficoltà delle nuove generazioni a dedicare il 100% dell’attenzione nel dialogo dando preferenza al testo per evitare situazioni conflittuali o imbarazzanti. Con forza, nel suo ultimo libro, l’autrice newyorkese chiede di spegnere i dispositivi digitali e di ritornare a parlare. Allo stesso modo Bauman, sociologo polacco teorizzatore della società fluida, negli ultimi suoi anni di vita affermava come il dialogo costituisse la vera rivoluzione culturale.

Massimo Arcangeli, linguista e sociologo della comunicazione, nota un ritorno alle abitudini premoderne: la consuetudine della lettura privata e silenziosa era stata scalzata da una pratica collettiva o comunitaria di ascolto e discussione dei contenuti radiofonici o televisivi. Con il digitale si registra il ritorno alla lettura solitaria e muta del medioevo. Sono gli stessi risultati di Nicholas Carr, intellettuale americano, che vede nel progressivo utilizzo del digitale una perdita delle qualità intellettive e di approfondimento.

In questo contesto prende vita la sfida del digitale alla predicazione, intesa nella sua accezione più ampia. Dio è una persona, la fede è la relazione con Lui, tutta la storia di salvezza è un continuo comunicarsi di Dio all’uomo. Solo in seguito quest’esperienza di Dio e con Dio si decanterà nelle pagine della Scrittura. Dio si rivela all’uomo parlando e le Scritture ci informano che la prima azione divina è stata far risuonare la Sua voce nel caos, cioè la Parola, una forza creatrice perché il suo “contenuto”, la sua “informazione” come diremmo nel lessico digitale, è la Vita stessa.

Il digitale non segna la fine dell’ascolto della Parola di Dio ma l’inizio di un nuovo modo di udizione. Una registrazione analogica (musicassetta o vinile) è puro rumore per un lettore digitale nonostante su quel supporto esista una voce, un’armonia di suoni, una realtà irriducibile che ha bisogno, per risuonare ancora, di essere letta con strumenti nuovi. Questa operazione di lettura digitale, è stata avviata con i grandi convegni ecclesiali del primo decennio del XXI secolo, intraprendendo un processo di studio e confronto in alcune Università Cattoliche, non ultima la Pontificia Università San Tommaso d’Aquino – Angelicum con le attività promosse specialmente dall’ISSR Mater Ecclesiae.

La situazione nella società digitale è fotografata in due ricerche, una del sociologo cattolico Franco Garelli, eseguite per conto della CEI, e l’altra da Alessandro Castagnaro per l’Osservatorio socio–religioso del Triveneto. L’80% degli intervistati si dice interessato ad un percorso spirituale ma ritiene di poter fare a meno delle religioni costituite mentre la maggioranza di loro «considera gli operatori del sacro [il clero N.d.R.] come distanti dalla esperienza e condizione di vita». Nei giovani tra i 18 e i 29 anni solo il 13,4% dichiara di andare a Messa (valori alti rispetto ad altre ricerche, come quella di Marco Marzano in Quel che resta dei cattolici). Il 47,2% degli under 45 e il 49,6% degli over 45 non riconosce al papa e ai vescovi la possibilità di “indicare che cosa è male”, ritenuto un compito individuale (89%) e in rapporto diretto e personale con la legge di Dio (85,6%). In pratica «c’è un distacco in atto di una parte non trascurabile del mondo giovanile dall’universo religioso proposto dalla Chiesa», un distacco che «non sembra essere la diretta conseguenza di una corrispondente e radicale afasia spirituale». Insomma, la Chiesa non è più in grado di intercettare la domanda religiosa degli adulti e, in special modo, dei giovani. Non si tratta di organizzare, dopo quella al moderno e al post-moderno, una critica al digitale, ma di passare a una fase costruttiva, “ricostruire la decostruzione” cioè elaborare una filosofia e una teologia che si sforzi di rendere conto dell’intera nuova realtà digitale.

C’è un pericolo in tutto questo. Quando si cede al fascino della tecnologia, si inizia a subirne la intenzionalità e si scopre che i media non sono affatto neutrali ma possono dominarci: è necessario sviluppare la facoltà di stare contemporaneamente «dentro» e «fuori». Se si sta “troppo dentro”, affermava mons. Domenico Pompili già direttore dell’Ufficio Nazionale per le Comunicazioni Sociali della CEI, non ci si rende conto di ciò che sta accadendo, come il pesce non si rende conto dell’acqua; ma se si sta “troppo fuori” si è nella posizione che McLuhan definisce dell’«idiota tecnologico», che di nuovo non è in grado di cogliere i cambiamenti in atto. Potremmo affermare che questo «stare dentro, ma anche fuori» è una declinazione digitale de «nel mondo ma non del mondo» a cui siamo sempre chiamati.

Il Concilio Vaticano II profetizzò questa sfida affermando che «è dovere di tutto il popolo di Dio, soprattutto dei pastori e dei teologi, con l’aiuto dello Spirito Santo, ascoltare attentamente, discernere e interpretare i vari linguaggi del nostro tempo, e saperli giudicare alla luce della parola di Dio, perché la verità rivelata sia capita sempre più a fondo, sia meglio compresa e possa venir presentata in forma più adatta». Mons. Rino Formichella, presidente del Pont. Cons. per la Promozione della Nuova Evangelizzazione, ci ricorda che, trovandoci davanti a “fenomeni”, «questi vanno valutati primariamente nell’analisi delle scienze umane. Dopo l’individuazione avviene l’interpretazione e per questo è qualificata la comunità cristiana, cioè tutto il popolo di Dio, specialmente i pastori e i teologi». Quindi è una missione che coinvolge ogni battezzato, nessuno può sentirsi escluso o delegare ad altri questo compito. In questa collaborazione attiva e non subalterna si mostra la Chiesa, il Corpo Mistico dove l’unità delle singole parti permette al tutto di essere un corpo armonioso.

Il digitale urge questa risposta dove la predicazione del Vangelo possa assumere il linguaggio e le parole comprensibili alla cultura dei nostri tempi.

Edoardo Mattei OP
Laico Domenicano

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