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fr Bruno Cadore: Lettera sulla Santità di san Domenico


Riportiamo la nostra traduzione della lettera del Maestro Generale sulla Santità di San Domenico. È possibile scaricare il documento in formato PDF.

FRATRES ORDINIS PRÆDICATORUM
 CURIA GENERALITIA

Prot. 50/18/480 Lettere all’Ordine
La santità di Domenico,

una luce per l’Ordine dei Predicatori

Carissimi fratelli e sorelle, membri religiosi e laici dell’Ordine dei Predicatori,

Il 6 agosto 2021, si celebrerà l’ottavo centenario del dies natalis di San Domenico raccontato da Humbert di Romani con queste parole: “Disse loro: ‘Qui, carissimi fratelli, è ciò che vi trasmetto come figli, quanto alla vostra legittima eredità. Avere carità, mantenere l’umiltà, possedere la povertà volontaria. Oh Testamento di pace … ‘” [1]. Padre Domenico poi si addormentò nella morte, lasciando questo testamento di pace ai suoi fratelli, rendendoli eredi di quella che era stata la passione della sua vita: vivere con Cristo, imparare la vita apostolica da Lui e essere conforme a Cristo attraverso la vita evangelica e apostolica.

Così era la santità di Domenico: un fervido desiderio della Luce di Cristo per illuminare tutte le genti, compassione per un mondo sofferente chiamato a rinascere alla vita vera, zelo per servire una Chiesa che allargherebbe la sua tenda alle dimensioni del mondo. Nel concedere il permesso alla sua traslazione, Papa Gregorio IX dichiarò: “Io ho conosciuto in lui un uomo che seguiva in tutto la regola degli apostoli; non c’è dubbio ch’egli sia ora associato alla loro gloria nel cielo “[2]

La celebrazione del Giubileo della conferma dell’Ordine ha dato un nuovo e dinamico impulso all’intero impegno dell’Ordine per la proclamazione del Vangelo. Con questa lettera, vi invito ad attingere dalla fonte della santità che ha reso Domenico un predicatore. Santa Caterina disse magnificamente di lui che si assumeva “l’ufficio del Mio Figlio unigenito, la Parola. Giustamente è apparso come un apostolo nel mondo e ha seminato il seme della Mia Parola con molta verità e luce, dissipando le tenebre e dando luce “.

La morte di Domenico, la morte di un padre e un fratello

Dopo un lungo periodo di predicazione nel nord Italia, fra Domenico si ammala gravemente a Bologna. È il luglio del 1221 e la città è così soffocante, umida e calda che non c’è speranza di miglioramento per la salute di Domenico. Viene presa la decisione di portare Domenico in un piccolo eremo benedettino sulle colline fuori Bologna. La morte, tuttavia, si sta avvicinando. Le testimonianze di fra Ventura di Verona e fra Rodolfo di Faenza, registrate durante il processo di canonizzazione a Bologna, ci danno degli approfondimenti provvidenziali sugli ultimi momenti della vita del Santo. Possiamo aggiungere alla loro preziosa testimonianza il racconto edificante del Beato Giordano di Sassonia[3].

Domenico sentiva che il momento dell’incontro con il Signore che lo aveva sedotto durante la sua adolescenza si stava avvicinando. Riunì i pochi frati del convento di Bologna e cominciò a predicare: “Credendosi vicino a morire, fece chiamare a sé il detto priore e i frati. Fu così che si recarono da lui col priore una ventina di religiosi. Quando gli furono d’intorno, dal letto in cui giaceva cominciò a predicare rivolgendo loro una bella e commovente esortazione.”[4]. Secondo il beato Giordano, la predicazione di Domenico mentre giaceva sul letto di morte non fu data a venti ma a dodici fratelli: “Sul suo letto di malattia, fece chiamare dodici frati fra i più ragguardevoli e si mise a esortarli a essere fervorosi, a zelare la propagazione dell’Ordine e a perseverare nella via della perfezione”[5]. Chiaramente, Giordano esidera disegnare un ritratto cristologico e apostolico di Domenico e dei suoi fratelli, mentre fra Ventura ci offre un resoconto liturgico degli ultimi momenti della vita di Domenico: dopo aver ricevuto il sacramento degli ammalati e fatta una confessione generale, Domenico presiede, come sacerdote, l’Ufficio di affidamento della propria anima a Dio, e intervenne molte volte, come se lo guidasse. Così Domenico muore durante un atto liturgico, nel cuore della liturgia dei defunti. Fra Ventura racconta anche una preghiera rivolta da Domenico a Dio, alla presenza dei suoi fratelli, durante la quale li raccomanda a Lui insieme a tutta la sua famiglia: “Padre Santo, Tu sai che io ho perseverato volentieri nella Tua volontà e che ho conservato e custodito quelli che Tu mi hai affidato. Li raccomando a Te: conservali e custodiscili”[6]. Questa è una breve interpretazione del discorso di congedo di Gesù durante l’ultima cena (Giovanni 17, 12). In questa preghiera, notiamo come Domenico rimane fratello maggiore, padre e fondatore, colui che si assume la responsabilità dei propri fratelli, nell’immagine del suo amato Signore. Domenico ha pronunciato altre parole sul suo letto di morte: “Non piangete perché io vi sarò più utile dove sto andando, di quanto non lo si stato qui”[7]. Possiamo osservare che le parole “utilità” e “efficacia[8]” erano parole che a Domenico piaceva ripetere spesso. L’operosa carità dovrebbe essere una qualità dei suoi figli. L’utilità di Domenico sarebbe maggiore nella morte che nella vita. Domenico morì nel convento di Bologna secondo il suo desiderio. Siccome temeva di essere sepolto nel Monastero benedettino dove stava, pregò di essere portato di nuovo tra i suoi fratelli. Una volta tornato in città e sistemato in una delle celle del convento, gli fu chiesto se desiderava essere sepolto accanto alle reliquie di questo o quel santo. Domenico ha dato questa superba risposta: “Non sia mai che io venga seppellito in altro luogo che sotto i piedi dei miei frati.”[9]. Qui, alla luce di queste “novissima verba, scopriamo non solo la sua umiltà, ma il profondo amore che Domenico ha avuto per la sua comunità.

L’umiltà di un mendicante, per la predicazione

“[Il testimone] lo ha visto anche qualche volta andare di porta in porta, a domandare l’elemosina e ricevendo un pezzo di pane come un povero. “(Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di fra Paolo di Venezia, 42)

Mentre si avvicinava la morte, Domenico chiese insistentemente di essere riportato in convento così da essere sepolto “sotto i piedi dei miei fratelli”[10]. Questo era il suo più grande desiderio. Eppure questo è solo uno aspetto della santità di Domenico che, quando divenne un predicatore, chiese di essere chiamato “fratello” Domenico.”

Desiderava stare con i suoi fratelli. In effetti, era convinto che il segno della fraternità sia già, di per sé, una sorta di predicazione. Per Domenico, l’Ordine dei Predicatori è un Ordine che cerca di seguire le orme di Gesù predicatore, attraversando città e villaggi per proclamare la buona notizia del Regno di Dio (cfr. Mt 4: 23-25, Mc 1:39, Lc 4:44). La realtà della fraternità è così presentata come un’eco di salvezza, che è al centro della proclamazione dell’Ordine. Proclamare la buona notizia è invitare ognuno a scoprire, nella sua intimità più profonda, l’aspirazione a vivere una vita di fraternità con gli altri in questo mondo. È annunciare la speranza che la fraternità tra tutti i popoli anticipa la realtà del Regno in cui il popolo di Dio verrà riuniti l’ultimo giorno. Il segno della fraternità è quindi il vero ‘pulpito’ della predicazione, presentato sia come esperienza concreta, vissuta che come speranza di un futuro con Dio. È un pulpito da cui viene proclamato, per conto di Dio, la fiducia nella capacità umana di creare l’un l’altro e con Dio, relazioni che “nutrono la vita”. Questo non è proclamato con discorsi teorici, ma attraverso l’ascolto di una Parola verificata nell’esperienza concreta di una vita vissuta con e per gli altri.

Ha chiesto di essere seppellito “sotto i piedi dei suoi fratelli”. Probabilmente possiamo interpretar questo desiderio come un segno di umiltà e sottomissione. Colui che ha detto che sarebbe stato più utile ai suoi fratelli dopo la sua morte[11] desidera servirli emulando l’umiltà di Gesù che lavava i piedi dei suoi discepoli come loro servo. Quindi, la determinazione di Domenico per quanto riguarda il suo luogo di riposo potrebbe indicare il suo desiderio di essere conformato attraverso la grazia agli stessi atti di Gesù. Essere conformato a Colui che non si aggrappava alla propria vita, ma ha vissuto la sua proclamazione del Regno radicandola nel dono della sua vita, offrendola affinché tutti potessero avere la vita ed essere accolti nella gioia di fraternità. Vuole rimanere in mezzo ai suoi fratelli anche nella morte. Questo è il segno del dono di una vita “spesa” parlando agli uomini di Dio e di Dio agli uomini[12]. Questo segno quindi manifesta il significato profondo di mendicanza itinerante che Gesù ha scelto e attraverso cui aa predicato dando la sua vita. È anche il segno del mendicante che, attraverso il suo gesto supplicante, implora l’ospitalità dei suoi coetanei mentre li invita a scoprire la nuova vita del Regno. “Venne per conto suo …” (Gv 1,11).

Eppure la richiesta di Domenico è ancora più significativa, perché invita i suoi fratelli ad attingere la propria santità dalla realtà delle loro vite di predicatori. Era normale, in quel tempo, cercare di essere sepolto il più vicino possibile alle reliquie di santi e dei confessori della fede. In questo senso, ha desiderato essere sepolto il più vicino possibile all’altare, nella speranza della comunione dei santi. Eppure attraverso la sua richiesta, Domenico, esprime anche che la realtà della fraternità dei suoi fratelli è, ai suoi occhi, un luogo di santità equivalente al valore concesso alla testimonianza dei santi. Ancora una volta, la santità può essere considerata come il pulpito della proclamazione dei predicatori. Sono invitati, come fratelli, a integrare la loro fede nella comunione dei santi all’interno delle realtà concrete della vita e di trarre da questa il potere della parola sulle labbra del predicatore itinerante. Comunità di predicatori, sante prediche!

L’umanità del predicatore, nell’immagine del Figlio

“Domenico era talmente pieno di zelo per le anime, che estendeva la sua carità e la compassione nonsolo ai fedeli ma anche agli infedeli e ai pagani, e perfino ai dannati dell’infferno, per i quali spesso piangeva.”(Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di frate Ventura di Verona, 8[13])

“Egli che ha fatto rifulgere in san Domenico la bontà (benignitatem) e la tenerezza (humanitatem) del nostro Salvatore, vi renda conformi alla immagine del proprio Figlio”. Questo formula per la benedizione solenne impartita durante la festa liturgica di San Domenico indica il cuore della santità di Domenico. A lui solo, in tutto il Sanctorale, è attribuita questa “bontà” (nella versione inglese inglese) o “tenerezza” (in quella francese). Questa tenerezza è legata al mistero attraverso il quale il Figlio è venuto a prendere su di sé la nostra umanità. Il mistero dell’Incarnazione del Figlio nostro Salvatore era così essenziale nella predicazione di fra Domenico che divenne, per così dire, la luce interiore della sua stessa umanità. La vocazione di Domenico di impegnare tutta la sua vita alla predicazione del Vangelo lo ha spinto a trovare nell’Incarnazione il sentiero che lo ha portato nelle profondità della propria umanità. In un certo modo, anche questa è una vocazione per nascere a se stesso attraverso il mistero della verità che lui stesso ha proclamato (a lungo ho cercato te …, disse sant’Agostino). Viene così offerta la proclamazione del Vangelo come un viaggio interiore verso se stessi, verso il luogo dell’incontro interiore in cui Dio, attraverso la sua chiamata, “costruisce” e “stabilisce” ognuno nella propria filiazione.

Mi sembra che alcune caratteristiche possano essere desunte specificatamente dalla vocazione “umana” di Domenico: semplicità, compassione, frugalità, amicizia. Le testimonianze raccolte dai biografi di Domenico che lo conoscevano personalmente e i racconti nel processo di canonizzazione evidenziano unanimemente sia la profondità sia la semplicità dell’umanità di Domenico. “Accoglieva tutti gli uomini nell’ampio seno della sua carità e perché tutti amava, da tutti era amato”.[14] Questo predicatore è “commosso dal bisogno dei poveri”[15] e riceve il pane impetrato per i suoi fratelli “in ginocchio, con grande umiltà e devozione”[16]. Domenico è innalzato a Dio quando contempla la generosità della sua grazia. Ama niente di più che stringere amicizia con gli altri, e rende questo un modello abituale per condividere la Parola di vita. Questa è la semplice umanità di chi si avvicina agli altri, di cui Tommaso d’Aquino, parlando della vita di Gesù, direbbe “si rese familiare …”.

Insistere sull’umanità di Domenico serve non solo a enfatizzare le sue qualità morali, ma anche per illustrare il modo in cui desiderava essere un predicatore. È attraverso il pieno dispiegarsi della sua umanità, diventando familiare con tutti, che desiderava dare testimonianza a Colui che venne a stabilire la sua dimora in mezzo a noi, per poi ritirarsi in modo da lasciare a Lui il primo posto nei cuori e nelle menti di quelli che avrebbe incontrato. Alla domanda sull’Ordine dei Predicatori, il beato Jean-Joseph Lataste rispose che era “l’Ordine degli amici di Dio”. Questa risposta è forse sia una descrizione di come i fratelli e le sorelle dell’Ordine desiderano vivere tra loro e con Dio, sia un segno che indica la finalità della loro predicazione “verbo et exemplo”, che intendono offrire nella Chiesa, costantemente tesa alla finalità ultima della comunione di tutti nell’amicizia di Dio. Questa risposta è un’eco delle parole di Cristo, che dovrebbe riecheggiare in ogni predicatore: ” Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti “. (Gv 15,16). Vi chiamo amici …

Nel cuore di questa testimonianza, la bella parola “fratello” risuona come una chiamata. Non appena Domenico e Diego iniziarono a predicare nella regione del Lauragais, Domenico, il sub-priore chiese, con insistenza, di essere chiamato “fratello Domenico”[17]. Anche qui possiamo vedere questo come un segno dela sua semplicità ed umiltà: non sono titoli o funzioni ecclesiali che qualificano il predicatore, ma il suo modo di essere umano. Quello chiamato “fratello” è un membro della comunione umana nell’amicizia di Dio. Quello chiamato “fratello” è un membro di quella grande famiglia degli amici di Dio che la Chiesa è chiamata a diventare. Qui abbiamo, per così dire, una dichiarazione di fede che pone il fondamento di una comprensione teologica della Chiesa e che suscita una pratica teologica della predicazione. È a causa del suo desiderio di essere un predicatore come Gesù tra i suoi discepoli, che Domenico vuole impegnarsi “nell’opera di Dio” come fratello. Questo sarà il suo percorso verso la santificazione: “essere conforme all’immagine del suo Figlio”. (Rm 8, 29).

Predicare come Cristo e con Cristo, un cammino di santificazione

“[Il fratello Domenico] si dedicava alla predicazione con assiduità e sollecitudini e usava parole così commoventi che spesso si emozionava fino alle lacrime e faceva piangere gli uditori “(Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di frate Stefano, 37 )

Questa via di santificazione, per Domenico, è segnata dai due misteri della misericordia e della verità, che entrambi convergono verso la libertà, così cara alla “spiritualità domenicana”. Da questo punto di vista, la figura di Maria Maddalena viene istituita come “apostola degli apostoli”, chiamata dal Risorto. Questo posto, più intimo di noi stessi, è il luogo della misericordia. È il luogo della verità, di realismo e trasparenza in cui Dio si incontra nell’intimità del cuore di ogni persona, e il luogo del perdono oltre ogni misura umana, della nuova nascita nella misericordia. Il dono sovrabbondante di misericordia diventa quindi una chiamata a tuffarsi nel Vangelo come fonte vivente, a tuffarsi nel Vangelo – la luce che rivela il mistero di ogni vita umana – come siamo stati immersi nelle acque del battesimo. Rimanete nella mia Parola, la mia parola è verità. O, più precisamente: ” Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; 32 conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”. (Giovanni 8, 31)

Due testi scritti da Papa Onorio III per la conferma dell’Ordine e per la sua “raccomandazione” impongono l’ordine ai frati dell’Ordine di predicare per la remissione dei peccati. Questi testi enfatizzano due aspetti molto concreti della vita scelta da Domenico. Uno è che il ministero della predicazione (dell’evangelizzazione) può essere conferito ai frati dell’Ordine come mezzi proprio di santificazione. L’altro è che questo ministero è imposto ai frati per la remissione dei peccati

Da una parte, devono predicare il Vangelo in questa forma di vita che è “totalmente dedicato alla proclamazione del nome di nostro Signore Gesù Cristo”[18].  Questo definisce la predicazione come la presentazione del Nome di Colui che deve venire. La predicazione è la proclamazione del Nome e della venuta del Regno: “Inoltre, dal momento che l’obiettivo, piuttosto che il combattimento, concede la corona e poiché, tra tutte le virtù, solo la perseveranza riceve la corona offerta per quelli che corrono nella corsa (I Cor 9:24), invochiamo la vostra carità e vi esortiamo seriamente il comando, che imponiamo attraverso queste lettere apostoliche per la remissione dei vostri peccati, che, sempre più rafforzati nel Signore, voi vi adoperaste a diffondere la Parola di Dio (At 8: 4) mediante l’insistenza a tempo debito e indebito e adempiendo all’opera dell’evangelista in modo lodevole (2 Tm 4: 2-5). “[19]

D’altra parte, questo deve essere fatto come mendicanti che hanno scelto l’auto-abbassamento allo stato di povertà volontaria, sia personale che collettiva. Il Papa sottolinea che questa scelta renderà i predicatori vulnerabili, esponendoli a tutti i tipi di difficoltà e pericoli. Ecco perché li conforta nei loro sforzi salvifici concedendo loro che “le privazioni e le fatiche che state per subire nell’eseguire questo tipo di dovere servirà per l’espiazione dei vostri peccati.”[20]

Per i frati, questa via alla santità sarà una “consacrazione alla Parola”, di consacrazione a la verità, come San Tommaso d’Aquino l’avrebbe presentato nel suo Commentario sul Vangelo di San Giovanni.

La lettera di Papa Onorio III datata dal 18 gennaio 1221 definisce questo “Consacrazione” con le seguenti parole: “Colui che rende feconda la Sua chiesa con una nuova prole, volendo far misurare questi tempi moderni fino a tempi passati e propagare la fede cattolica, vi ha ispirato con un santo desiderio con cui, abbracciata la povertà e resa professione di vita regolare, vi siete donati alla proclamazione della Parola di Dio, predicando il nome di nostro Signore Gesù Cristo in tutto il mondo.”

La scelta di Domenico è stata quella di immergere la propria vita nella missione del Figlio, e così permettere allo Spirito del Figlio di conformare la sua vita a quella di Cristo: ” È lui che ha stabilito alcuni come apostoli, altri come profeti, altri come evangelisti, altri come pastori e maestri,  per rendere idonei i fratelli a compiere il ministero, al fine di edificare il corpo di Cristo,  finché arriviamo tutti all’unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo “(Ef 4, 11-13).  Noi percepiamo in queste parole dell’Apostolo Paolo, sia l’unità nella fede sia l’unità nella conoscenza del Figlio di Dio. Sentiamo anche la chiamata data ai credenti (i “santi”) di “uscire” per camminare sul sentiero della missione del Figlio. Scegliendo di abbandonarsi alla predicazione, Domenico scelse un percorso sul quale permise allo Spirito di renderlo simile a Dio, giustificandolo e santificandolo. Eppure allo stesso tempo permise alla sua aspirazione alla santità di plasmare la sua intera vita. Il suo desiderio era che la Chiesa di Cristo stessa sperimentasse la gioia d’essere promessa di santità proprio mente si espandeva proclamando la buona notizia di questa promessa.

 La santità di Domenico, un sogno per la Chiesa

“Divenuto così, pastore e inclito duce nel popolo di Dio, istituì coi suoi meriti il nuovo Ordine dei Predicatori, lo istruì con i suoi esempi, né mancò di confermarlo con autentici ed evidenti miracoli “(Gregorio IX, Bolla di canonizzazione)

Mi sembra che avere un “sogno per la Chiesa” sia un elemento centrale della santità di Domenico, come lo fu anche per Caterina da Siena (“Se muoio, è per passione per la Chiesa”). Questi due hanno contribuito con la loro solida ambizione per la Chiesa di Cristo alla predicazione dell’Ordine (“Sono venuto per gettare fuoco sulla terra, e vorrei che fosse già acceso!” Lc 12,49), un’ambizione che coinvolgeva sia la vita che la missione della Chiesa.

Dopo il Concilio Vaticano II, potremmo dire che l’ambizione della Chiesa di Cristo deve essere un sacramento per il mondo e nel mondo. Nel contesto odierno, che spinge così urgentemente ad un rinnovamento dell’evangelizzazione, è l’ambizione di spostare la nostra prospettiva dalla conservazione o dal supporto delle comunità ecclesiali esistenti alla promozione delle stesse comunità ecclesiali come veri “Soggetti missionari”.

“Sarebbe già stato acceso!” (Lc 12,49). San Domenico, credo, è stato guidato dal desiderio di Cristo di fronte a tutti i tipi di divisioni che hanno sfigurato la Chiesa al suo tempo e messo in pericolo la sua missione di evangelizzazione .La forza di questo desiderio – che ha portato Gesù ad acconsentire completamente al supremo abbandono di se stesso, fino alla Croce – è la fonte dove Domenico potrebbe attingere incessantemente la sua preghiera e la sua umanità: identificando la sua vita con la vita unica del Figlio, dato una volta per sempre, affinché il mondo possa avere la vita e averla piena (Gv 10, 10). Le immagini pacifiche di Domenico che abbraccia la Croce di Cristo, o scrutano instancabilmente la Parola che lo rivelano all’interno delle pagine della Scrittura, ci mostrano che, lungi dall’essere morboso, l’autoidentificazione di Domenico con Cristo mira ad adeguare il suo desiderio di evangelizzazione al desiderio di Cristo. Il sogno di Domenico è di una Chiesa in costante fondamento, cioè in costante evangelizzazione. Il desiderio di Domenico di andare ai Cumani non dimostra il desiderio di estendere la Chiesa in termini di allargamento del territorio, di potere o di potere di costruzione o addirittura di dominio altre religioni. È piuttosto un desiderio nato dall’amore per il mondo intero, che cerca di crescere in modo da farlo identificarsi con l’amore di Cristo per il mondo. Stabilito nella conoscenza del Creatore, questo desiderio è sicuro della consapevolezza che il mondo umano è capace di offrire ospitalità a tutti, capace di entrare in comunione e capace di aprirsi a Dio suo Creatore condividendo la comune storia delle persone amate da Dio

Per questo motivo, Domenico sogna una Chiesa costantemente “in movimento”. Lo ha sperimentato lui stesso quando, nonostante sia stato formato fin dall’infanzia per essere un chierico, e essendo successivamente diventato un canonico, ha ricevuto, sulla strada della predicazione, una chiamata per diventare un fratello dall’interno del suo stesso ministero clericale. Ha scoperto allora quanto il suo ministero lo avesse preparato ad essere al servizio di una Chiesa mai incompiuta, che porta la Parola oltre i suoi confini. Questo per lui prese la forma di un’angoscia che riempiva le sue notti e la sua preghiera. Sapeva che la comunione offerta in uno stesso Regno aperto a tutti, richiedeva che andasse incontro i poveri e i peccatori, gli eretici e i pagani. La chiesa che Domenico vuole servire è una Chiesa del perdono, della riconciliazione e della comunione. La Chiesa “in movimento” è anche a Chiesa che è costruita in tutta la sua diversità dalla sua stessa predicazione .Anzi, rispondendo a tutti quelli che si uniscono a lui attraverso una serie di intuizioni, Domenico formerà progressivamente attorno a se stesso una “famiglia di predicazione”, questa “santa predicazione” in cui – ognuno provvisto del proprio particolare luogo e ruolo, secondo lo stato ecclesiale e mandato e secondo la propria formazione formazione – tutti lavoreranno insieme per la stessa evangelizzazione. Saranno tutti guidati dallo stesso desiderio di contribuire alla costruzione costante della Chiesa che diventerà sempre più un’amica del mondo attraverso la sua proclamazione del Regno, annunciando il perdono ,la riconciliazione e la pace. Come con Domenico seduto al tavolo del locandiere, o seduto tra i suoi fratelli al tavolo del “miracolo dei pani”, attraverso il segno della fraternità, saranno invitate tutte le persone a prendere posto anche nella stessa Tavola del Regno. La fraternità qui è il segno di una Chiesa di comunione.

Questa Chiesa a cui Domenico desidera impegnarsi per tutta la vita e chiama i suoi fratelli e le sorelle a farlo con lui è una Chiesa fraterna e amichevole, mossa da profondi vincoli di affetto tra i suoi stessi membri e per il popolo di Dio oltre i suoi confini. Papa Francesco ha detto a i frati riuniti nel capitolo del 2016 che il luogo cui viene inviato il predicatore dovrebbe essere considerato una “terra sacra”, un luogo di santità. Così Domenico ha dato alla sua predicazione l’orizzonte della contemplazione della grazia al lavoro nella storia del mondo, spesso oltre i limiti visibili della Chiesa, così come l’orizzonte della “conversione apostolica”. In effetti, quest’ultimo orizzonte è radicato nella solidarietà, a cui il ministero della predicazione ci chiama a impegnare tutta la nostra vita. L’Apostolo Paolo lo disse in questo modo: “come una madre che ha cura dei propri figli. (…) avremmo desiderato trasmettervi non solo il vangelo di Dio, ma la nostra stessa vita “(1 Te 2: 7-8) Così la ristrutturazione dovrebbe della Chiesa dovrebbe sempre mirare a promuovere e coltivare l’affetto della comunità per tutti.

In tal modo, possiamo comprendere l’intercessione come pratica essenziale per rafforzare le nostre comunità fraterne. L’intercessione apre un duplice processo di autoidentificazione: da una parte, autoidentificazione con coloro che implorano il Signore; d’altra parte, l’autoidentificazione con Colui che implora per il mondo. Da questo stesso punto di vista, possiamo percepire la dimensione contemplativa della preghiera di Domenico, che poteva parlare a Dio del mondo. Non cessò mai di contemplare il mistero della misericordia che è il cuore dello sviluppo della “Creazione continua”. La preghiera liturgica, così cara a Domenico, consente quindi alla comunità della “Santa predicazione” di essere costituita attraverso questo intreccio di intercessione e contemplazione, che è radicato nell’ascolto del mistero della salvezza nella storia umana così come è rivelato nelle sacre Scrittura.

Per immergersi nell’opera della grazia: nel coinvolgimento di Dio

“Sottomettendo sempre la carne allo spirito, la sensibilità alla ragione. Diventato un solo spirito con Dio, si studiò tutto di farne ricerca nei suoi trasporti dell’anima, senza trascurare la carità verso il prossimo “(Gregorio IX, Bolla di canonizzazione)

Ci piace parlare di Domenico come predicatore di grazia. Era tale da desiderare con il suo intero essere di vivere la vita stessa di Cristo predicatore, al punto che avrebbe potuto dire le parole dell’apostolo Paolo: “non sono più io che predico, ma Cristo che predica in me” (Gal 2,20).Per fare ciò, Domenico voleva “tuffarsi” nella Parola che agita il desiderio del cuore perché chiama ognuno per nome. Questo bagno è fatto sulla scia del bagno battesimale, come vocazione a vivere nella gioia e nella speranza del Vangelo. Eppure è allo stesso tempo una chiamata a suscitare un desiderio sincero per tutti di avere la vita .È quindi sia una “vocazione a se stessi” come un’esperienza di misericordia e vocazione a chiamare gli altri a diventare “amici di Dio”.

Domenico sperimentò questo tuffo nella Parola come un tuffo nella pienezza dell’umanità, adornando il suo impegno con la sostanza della corporeità. Ciò significa ovviamente la corporeità di ogni persona in cui questa esperienza del cuore si incarna: da questo punto di vista, si chiarisce la portata “globale” e “integrale” della vocazione all’evangelizzazione. Eppure questo significa anche la corporeità della Chiesa. La comunità è il luogo di adattamento a questa corporeità della Chiesa. È qui che si sperimentano la limitazione e l’incompletezza, così come siamo vivendo ciascuno in comunità. Ogni persona può testare la propria capacità di permettere alla comunità cui si appartiene e in cui si vive per diventare ora una comunità “in movimento”: il movimento di conversione, il movimento del rinnovamento umano, il movimento come segno di comunione (“l’armonia fraterna, che corrisponde al desiderio più profondo di tutti gli uomini “[21]). La povertà mendicante è forse un promemoria della realtà di questi movimenti nei quali ci  dobbiamo impegnare …

Immergersi nella Parola, immergersi nell’umanità: due percorsi verso la santità. Un terzo percorso offerto da Domenico è quello dell’intelletto: l’intelletto come il luogo in cui noi sperimentiamo la struttura escatologica della ragione (“La verità non cambia, cresce”, ha detto Lacordaire) . L’intelletto è davvero il luogo in cui possiamo godere di uno spazio indefinito di progresso nella verità. Permette anche a ciascuno di strutturare la propria fede nella solidità, senza perdersi in errate “opinioni di fede”. Alla fine, la convinzione di Domenico, dedicando tanta importanza allo studio della Parola e della giusta dottrina, è che lo sforzo intellettuale – cercare la verità – è un percorso di liberazione dalle credenze che ci alienano e una porta per contemplare la verità che ci libera. L’intelletto non è “fisso”, ma cerca costantemente la verità, nella contemplazione dell’economia della rivelazione del mistero della salvezza nella storia. Questa rivelazione nella storia rivela che, per il predicatore, la storia è il luogo principale per la contemplazione della grazia, una “terra sacra” dove vengono inviati predicatori per ascoltare la Parola … Questa terza via è quindi quella in cui la santità si fida l’intelletto perché, sotto la luce della grazia, si fida degli uomini. Si fida degli uomini nella loro storia, perché il compito è quello di suscitare, all’interno della storia, una fede che sia più semplice, ma oh così tanto più luminosa!

San Domenico, un santo per oggi

Nella sua lettera del 11 febbraio 1218, Onorio III ha raccomandato l’Ordine in questo modo: “Chiediamo la vostra fedeltà e, comandandovi con lettere apostoliche, caldamente insistiamo che, con noi, incoraggiate nel loro disegno lodevole i frati dell’Ordine dei Predicatori (il cui ministero salutare e istituto religioso crediamo di essere graditi a Dio) e li guardiamo, con venerazione per noi e per la Sede Apostolica, come approvati”. In questi tempi in cui la Chiesa è chiamata a rinnovare e incessantemente il suo zelo per l’evangelizzazione e così sperimentate la gioia di essere “in un stato permanente di missione”, la testimonianza della santità di Domenico è oggi una chiamata per noi. Oltre la memoria del 6 agosto 1221, le celebrazioni che segneranno il 2021 possono essere per l’Ordine un’opportunità per condividere con la Chiesa il tesoro che abbiamo ricevuto da Domenico. L’impegno per l’avventura dell’evangelizzazione apre, per ogni credente, un percorso sul quale può sperimentare la gioia di essere “adattato” a Gesù, il Predicatore.

È come predicatore che Domenico ha ricevuto la grazia della santità, e questo è il modo in cui lui ha aperto per le sue figlie e figli. Così, la santità di Domenico si estende nella santità sui suoi figli e figlie, nei contesti e nei luoghi in cui sono stati condotti fratelli e sorelle a predicare, proclamare la Parola e lavorare per il bene dell’umanità. Come Domenico, loro sono stati attenti ai segni dei tempi e desiderosi di servire la Chiesa nella comunione nell’umanità e nel mondo. Unendo insieme un’intensa vita di preghiera per il mondo, un impegno generoso perla  fraternità e una ricerca esigente della verità, sono stati apostoli, come San Domenico o Santo Vincent Ferrer, dottori come San Tommaso d’Aquino e Santa Caterina da Siena, o martiri, come San Pietro di Verona.

In questi ultimi anni, altre figure sono state riconosciute come testimoni di santità attraverso predicazione, come il fratello Jean-Joseph Lataste, apostolo delle prigioni; Pier Giorgo Frassati, “uomo delle beatitudini “che oggi è un modello così importante per i giovani; fra Giuseppe Girotti, martirizzato sotto il nazismo; Beata Marie Poussepin, infaticabile apostola missionaria di carità; Beata Marie-Alphonsine Ghattas e la sua audace fondazione in Medio Oriente … Molto recentemente il fratello Pierre Claverie, vescovo di Oran, fu riconosciuto come martire con i suoi diciotto compagni in Algeria. Tutti questi Santi e Beati insieme manifestano il modello di santità progressivamente promosso nell’Ordine dopo la canonizzazione di San Domenico nel 1234, che è trovato nella triade del predicatore, dottore e martire. Presto, l’Ordine potrebbe offrire alla Chiesa la testimonianza di santità del fratello Marie-Joseph Lagrange, di Giorgio La Pira, un laico che ha dedicato la sua vita a servire il bene comune pubblico, di Bartolome de Las Casas, e di Girolamo Savonarola. Insieme a loro, hanno trovato tanti uomini e donne, religiosi e laici in San Domenico l’ispirazione di scegliere di impegnarsi per il Vangelo e di trovare la loro vita proclamando e testimoniando la buona notizia del Regno. San Domenico, una santità per oggi!

È con profondo ringraziamento per il cammino di santità aperto da Santo Domenico che celebreremo l’anniversario della sua morte durante l’anno a partire dal 6°gennaio 2021 fino al 6°gennaio 2022.

Ringraziamo per il percorso che ha aperto per noi e sul quale desideriamo camminare come predicatori per la nostra santificazione. Ringrazieremo per la testimonianza di tante sorelle e fratelli la cui santità è accolta dalla Chiesa come un dono prezioso per tutti i fedeli. Renderemo grazie per l’intercessione di Domenico a Dio, promessa ai suoi fratelli sofferente, che dà la sua forza alla santa predicazione oggi. E ringraziamo con l’acuta consapevolezza che la celebrazione della sua memoria è allo stesso tempo una preghiera: per l’intercessione di Maria, Madre dei Predicatori e di San Domenico, fratelli e sorelle dell’Ordine, laici e religiosi, apostolico e monastico, confermano la loro “santa predicazione” con il loro servizio all’umanità e al mondo Chiesa.

Dato a Santa Sabina, il 6°agosto 2018,

Tuo fratello a San Domenico,

br.Bruno Cadoré, OP
Maestro dell’ordine dei Predicatori

«O Spem miram quam dedisti mortis hora te flentibus
Dum post mortem promisti te pro futurum fratribus:
Imple Pater quod dixisti nos tuis juvans precibus.
Qui tot signis claruisti in aegrorum corporibus,
Nobis opem ferens Christi, aegris medere moribus.
Imple Pater … »

Traduzione di Edoardo Mattei, op
Le citazioni sono state tratte da San Domenico visto dai suoi contemporanei di p. Pietro Lippini op, ESD, 1998

[1] Legenda maior Sancti Domenicoi Humberti de Romanis,54, 21-26
[2] Libellus de initiis Ordinis Praedicatorum,125
[3] Libellus de initiis Ordinis Praedicatorum,92-94
[4] Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di Fra Ventura di Verona, 8
[5] Libellus, 92
[6] Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di Fra Ventura di Verona, 8
[7] Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di fra Rodolfo di Faenza, 33
[8] Il testo inglese ha usefulness and effectiveness. La seconda parola ha una pluralità di significati che rende la traduzione difficile: efficace, valido, potente, operoso… Di volta in volta saranno usati i termini più adatti al contesto.
[9] Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza del frate Ventura di Verona, 8
[10] Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di Fra Ventura di Verona, 8
[11] Libellus, 93
[12] Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di frate Guglielmo di Monferrato, 13
[13] (NdT: il testo inglese riporta la referenza al nr, 8 quando in realtà è al nr 11.)
[14] Libellus, 107
[15] Libellus, 10;Atti del processo di canonizzazione, Bologna, Testimonianza di fra Giovanni di Spagna, 29;di frate Stefano, 35.
[16] Atti del processo di canonizzazione,Bologna, Testimonianza di fra Paolo di Venezia, 42
[17] Libellus, 21
[18] Lettera di Papa Onorio III, 18 gennaio 1221
[19] Lettera di papa Onorio III, 21gennaio 1217, al priore e ai frati di Saint-Romain, predicatori nelpaese di Tolosa.
[20] Lettera di Papa Onorio III con cui concede un privilegio di indulgenza, il 12 dicembre 1219
[21] Cfr.Ad Gentes, 7

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