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Ma quando arriva “l’ora dei laici”?

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Da tempo si dice che nella Chiesa «è l’ora dei laici», ma «sembra che l’orologio si sia fermato».

Articolo di Andrea Lebra pubblicato su “Settimana news” il 7 ottobre 2016. L’articolo può essere letto in formato PDF

È uno dei passaggi della lettera scritta il 19 marzo 2016 da papa Francesco al card. Marc Ouellet, presidente della Pontificia commissione per l’America Latina.[1] Un testo incentrato in primo luogo sul ruolo del laicato nella vita della Chiesa latinoamericana, ma che, per le affermazioni che contiene, è certamente diretto anche alle nostre comunità. Inoltre, lo scritto, pur rivolgendosi ai pastori, interpella e coinvolge direttamente i laici e le laiche.

Ne ha richiamato il contenuto Roberto Repole, docente di ecclesiologia presso la Facoltà teologica dell’Italia settentrionale – Sezione di Torino e presidente dell’Associazione teologica italiana, nel corso di un recente intenso pomeriggio di riflessione, organizzato a Villarbasse (Torino) dall’associazione “La tenda dell’incontro Giovanni Giorgis”, sul tema Un laicato maturo e corresponsabile nella Chiesa di Francesco.

Una nuova tappa nella ricezione del concilio Vaticano II

Volgendo lo sguardo sulla Chiesa di oggi, comune e diffusa è la sensazione che, con il servizio petrino di Francesco, ci sia qualcosa di nuovo e di caratteristico

La novità, che suscita entusiasmo e condivisione in alcuni o preoccupazione e sconcerto in altri, non è tanto rinvenibile in contenuti inediti, quanto piuttosto nel modo di porsi del vescovo di Roma che già riflette di per sé il Vangelo che annuncia: i gesti, il linguaggio, il modo d’essere, l’affabilità, la capacità di empatia, la stessa scelta del nome Francesco (per antonomasia uomo della povertà, della pace e della custodia del creato), il desiderio di proseguire il processo – iniziato dal concilio Vaticano II – per mettere il mistero della Chiesa in dialogo con il mondo contemporaneo…

Con Francesco, il primo papa postconciliare che con il Vaticano II sembra avere un rapporto più libero, certamente siamo in presenza – ha affermato il relatore – di una nuova tappa della ricezione del concilio. Con lui quest’ultima e la riforma della Chiesa sono entrate in una nuova fase. Parole, come «popolo di Dio», «Chiesa missionaria», «Chiesa dei poveri», «stile sinodale», «corresponsabilità dei laici», si erano già sentite anche in passato: ora però Francesco sembra determinato a svilupparne le conseguenze a livello di prassi ecclesiale.

La buona notizia di un Dio misericordioso

Il «cuore pulsante del Vangelo»[2] che il vescovo di Roma pone con insistenza in evidenza è la “buona notizia” della tenerezza di un Dio ricco di misericordia che proprio nella misericordia manifesta la sua onnipotenza.[3] Il mistero della fede cristiana trova nel Dio misericordioso rivelatoci da Gesù Cristo la sua sintesi.[4] La misericordia è «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa», la cui credibilità «passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole».[5] Poiché i privilegiati della misericordia divina sono i poveri,[6] «in ogni luogo e circostanza i cristiani, incoraggiati dai loro Pastori, sono chiamati ad ascoltare il grido dei poveri».[7] «La misericordia sa guardare negli occhi ogni persona; ognuna è preziosa per lei, perché ognuna è unica».[8]

Il Vangelo della misericordia rimanda anche ad una Chiesa dal volto materno. Non si tratta di un’immagine applicata ad una sorta di entità astratta («la santa madre Chiesa»…). La Chiesa è “madre” se tutti i cristiani lo sono, vivendo ogni relazione con disponibilità, sollecitudine, cura, rispetto e rendendo visibile l’amore materno di Dio che chiama ogni persona alla pienezza della vita. «Questa è la Chiesa che io amo: una madre che ha a cuore il bene dei propri figli e che è capace di dare la vita per loro».[9]

Chiesa povera per i poveri

Ne consegue che un altro tratto essenziale e irrinunciabile della Chiesa è essere (diventare!) una Chiesa «povera per i poveri».[10] Povera nelle sue strutture e nei suoi apparati, ma anche nella vita dei discepoli di un Maestro che è vissuto povero con i poveri, perché solo così poteva manifestare, nella sua stessa persona, la presenza del Padre misericordioso.

Anche sotto questo profilo, nulla di nuovo, ma solo un’insistente riproposizione di ciò che è scritto nella Lumen gentium: «Come Cristo ha compiuto la sua opera di redenzione attraverso la povertà e le persecuzioni, così pure la Chiesa è chiamata a prendere la stessa via per comunicare agli uomini i frutti della salvezza».[11]

Per Roberto Repole una Chiesa che non assomigliasse a Gesù povero non potrebbe rendere visibile ed esperibile Colui che ci salva. Cristiani e comunità sono chiamati ad essere strumenti di Dio per la liberazione e la promozione dei poveri, in modo che essi possano integrarsi pienamente nella società. Questo suppone che siano docili e attenti ad ascoltare il loro grido e soccorrerli.[12] C’è un segno che non deve mai mancare tra i cristiani: l’opzione per gli ultimi, per quelli che la società scarta e getta via.[13]

Chiesa popolo di Dio

Con Francesco la categoria conciliare della Chiesa “popolo di Dio” torna in piena luce. Essa esprime un concetto fondamentale: nella Chiesa, prima di qualunque distinzione di carisma, di servizio, di compito, di autorità, ciò che conta ed è fondamentale è che tutti apparteniamo al “popolo di Dio” in virtù del battesimo. In quanto tali, altro non siamo che figli nel Figlio e fratelli e sorelle tra di noi. Un unico grande titolo ci contraddistingue come cristiani: il battesimo. Il popolo di Dio è un «popolo messianico» che ha per capo Cristo; per condizione «la dignità e la libertà dei figli di Dio»; per legge, un’unica legge, quella dell’amore; per fine un unico fine, quello del regno di Dio.[14] «L’immagine della Chiesa che mi piace è quella del santo popolo fedele di Dio. È la definizione che uso spesso ed è poi quella della Lumen gentium al n. 12».[15]

Nella Chiesa, popolo di Dio, tutti i discepoli di Gesù, i christifideles, hanno il compito e la responsabilità di rendere trasparente l’amore misericordioso di Dio nel “mondo”, in cui sono immersi e di cui fanno parte. Dunque, nella vita concreta, in tutti i suoi ambiti e in tutti i suoi tempi, con le parole, a volte, sempre con il loro modo di essere e di agire, con le scelte impegnative e con i piccoli gesti quotidiani. Soggetto evangelizzatore non è soltanto e anzitutto il ministro ordinato: è tutto il popolo di Dio, in ragione del fatto che «in virtù del battesimo ricevuto, ogni membro del popolo di Dio è diventato discepolo missionario (cf. Mt 28,19). Ciascun battezzato, qualunque sia la sua funzione nella Chiesa e il grado di istruzione della sua fede, è un soggetto attivo di evangelizzazione e sarebbe inadeguato pensare ad uno schema di evangelizzazione portato avanti da attori qualificati in cui il resto del popolo fedele fosse solamente recettivo delle loro azioni».[16]

Chiesa in uscita missionaria

Anche la categoria di “Chiesa in uscita missionaria”, a ben vedere, è una novità più nominalistica che contenutistica. Dal momento che «l’attività missionaria scaturisce direttamente dalla natura stessa della Chiesa»,[17] non può destare meraviglia se Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, indica la «riforma della Chiesa in uscita missionaria» come la prima delle sette questioni che gli stanno più a cuore.[18] Nell’enciclica Laudato si’ afferma di aver scritto l’esortazione apostolica Evangelii gaudium «ai membri della Chiesa per mobilitare un processo di riforma missionaria ancora da compiere».[19]

La Chiesa in uscita missionaria evita la malattia spirituale dell’autoreferenzialità. Non si chiude in se stessa, nella parrocchia, nella cerchia di chi la pensa allo stesso modo, ma si apre all’incontro con gli altri, anche con chi la pensa diversamente o professa un’altra fede.[20] La Chiesa in uscita missionaria è una comunità di discepoli e di discepole che prendono l’iniziativa per andare incontro ai “lontani”, per intercettare ai crocicchi delle strade gli “esclusi”, per accorciare le distanza con la gente.[21] In essa tutto viene pensato in chiave di missione: si tratta non di aspettare che la gente venga, ma di andarla a cercare là dove vive per ascoltare, benedire e camminare insieme, cogliendone l’odore, fino a restare impregnati delle sue gioie e delle sue speranze, delle sue tristezze e delle sue angosce.[22]

Chiesa che annuncia l’essenziale

In un tempo di cristianità, non caratterizzato dai pro­cessi di secolarizzazione, si poteva contare sul fatto che tutti si era “normalmente cristiani” e che la fede veniva trasmessa nel tessuto della società (a cominciare dalle famiglie). Non era necessario porre una particolare attenzione nel distinguere quanto del cristianesimo fosse essenziale e quanto fosse, invece, non lo fosse.

In un contesto, invece, segnato dalla fine della cristianità e dalla massiccia presenza del fenomeno della secolarizzazione, diventa indispensabile saper distinguere quanto della proposta cristiana è centrale e quanto è invece dipendente da tale centro.

Secondo Roberto Repole, si tratta di un aspetto che dovrebbe caratterizzare la Chiesa e le comunità cristiane in quanto tali, al punto da coinvolgere lo stesso magistero ecclesiale, a tutti i suoi livelli. Non si può, in altri termini, pensare di essere generativi, come Chiesa, se non si è capaci e non si è attenti a offrire con chiarezza, ai diversi livelli della vita ecclesiale, ciò che rappresenta il cuore “caldo” del Vangelo. Anche in tal senso, appare di straordinaria importanza quanto richiamato da Francesco: «Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missio­nario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annun­cio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più at­traente e allo stesso tempo più necessario».[23] Solo una Chiesa che sa «radunare attorno al fuoco acceso al mattino di Pasqua» resta capace di attirare donne e uomini «mediante il fascino della luce e il calore dell’amore».[24]

Vi è qui l’eco di quanto il Vaticano II diceva a proposito della “gerarchia delle verità”, in un passo[25] non a caso richiamato dallo stesso papa nel n. 36 della Evangelii gaudium.

Chiesa sinodale

Per papa Francesco vi è un’altra categoria che deve caratterizzare la Chiesa del terzo millennio: la categoria della sinodalità. Anzi, quello della sinodalità è «il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio». Un concetto – ammette il papa[26] – facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica. In ogni caso, un concetto che rimanda ad una dimensione costitutiva della Chiesa, dal momento che, come dice san Giovanni Crisostomo, «Chiesa e Sinodo sono sinonimi», non essendo altro la Chiesa che il camminare insieme del popolo di Dio sui sentieri della storia incontro a Cristo Signore.

Nella Chiesa sinodale l’ascolto è non solo il momento iniziale di ogni processo, ma anche la disposizione di fondo che regola ogni azione. In essa il dovere di ascoltare riguarda tutti, ciascuno nello stato che gli è proprio. Più alta è la responsabilità di cui uno è investito, più egli è tenuto all’ascolto. Nella Chiesa sinodale l’uno è in ascolto dell’altro; e tutti si pongono in ascolto dello Spirito. Nella consapevolezza che ascoltare è più che sentire, perché nell’ascolto reciproco ciascuno ha qualcosa da imparare.

Il primo livello di esercizio della sinodalità si realizza nelle Chiese particolari, attraverso il sinodo diocesano e i vari organismi di comunione e partecipazione, come il consiglio pastorale, che, invece di essere stancamente trascinati, vanno valorizzati come occasione di vero ascolto e di autentica condivisione tra tutti i battezzati.

La sinodalità offre la cornice interpretativa più adeguata per comprendere lo stesso ministero gerarchico. Nella Chiesa sinodale non ci si può elevare al di sopra degli altri e chi si mette al servizio dei fratelli e delle sorelle lungo il cammino deve “abbassarsi”. L’immagine da privilegiare è quella della piramide capovolta, il cui vertice si trova al di sotto della base. E coloro che esercitano l’autorità debbono ritenersi i più piccoli tra tutti, in quanto vicari di quel Gesù che nell’ultima cena si è chinato a lavare i piedi degli apostoli. Per i discepoli di Gesù l’unica autorità è l’autorità del servizio. L’impegno a edificare una Chiesa sinodale – ci ricorda Francesco – è una missione alla quale tutti siamo chiamati, ciascuno nel ruolo affidatogli dal Signore.

Nuovo e inedito protagonismo del laicato

La Chiesa, così come è sognata da Francesco, richiede, necessariamente, un nuovo, inedito, determinato protagonismo dei laici.

Per due ragioni. Perché i cristiani sono per la grandissima maggioranza laici, al cui servizio c’è la minoranza dei ministri ordinati.[27] E perché i laici, per vocazione chiamati a «cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio»,[28] sono, in quanto tali, immersi nel mondo, che è il luogo dove il Vangelo va testimoniato e annunciato. L’annuncio e la testimonianza nel mondo, in questo nostro mondo secolarizzato e in rapidissima trasformazione, è il loro specifico ministero. In una società in cui la Chiesa come istituzione, contrariamente a quanto è successo in un passato neppure tanto lontano, ha perso autorità, è anche attraverso la testimonianza dei laici che è possibile raggiungere e comunicare la bellezza e la gioia del Vangelo.

Lo sguardo si sposta, dunque, sui laici chiamati ad essere, a diventare, «maturi e corresponsabili» e non solo collaborativi. «Il primo sacramento, quello che suggella per sempre la nostra identità, e di cui dovremmo essere sempre orgogliosi, è il battesimo. Attraverso di esso e con l’unzione dello Spirito Santo, (i fedeli) vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo (Lumen gentium, n. 10). La nostra prima e fondamentale consacrazione affonda le sue radici nel nostro battesimo. Nessuno è stato battezzato prete né vescovo… Ci fa bene ricordare che la Chiesa non è un’élitedei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi, ma che tutti formano il Santo Popolo fedele di Dio. Dimenticarci di ciò comporta vari rischi e deformazioni nella nostra stessa esperienza, sia personale sia comunitaria, del ministero che la Chiesa ci ha affidato».[29]

I pastori sono invitati, da un lato, a confidare nel popolo di Dio, nella sua memoria, nel suo “olfatto”, nel suo sensus fidei,[30] dall’altro, a confidare che lo Spirito Santo, che agisce nel popolo di Dio e con il popolo di Dio, non è solo “proprietà” della gerarchia ecclesiastica. Grazie al sensus fidei, i christifideles sono in grado non soltanto di riconoscere quanto è in accordo con il Vangelo e di rifiutare quello che gli è contrario, ma anche di percepire ciò che papa Francesco ha chiamato «nuove vie per il cammino» di fede dell’intero popolo pellegrino. Una delle ragioni per le quali vescovi e presbiteri devono essere vicini al loro “popolo in cammino” e devono camminare con esso è precisamente perché sia loro possibile riconoscere queste “nuove vie” delle quali il popolo avverte l’esigenza.[31]

Laicato maturo e corresponsabile

Quello che viviamo oggi è finalmente – forse – il tempo opportuno (il kairòs) per rimettere in moto e ridare slancio all’ora dei laici. Ci sono tutte le premesse perché questo possa finalmente avvenire.

S’impongono, però, scelte e cambiamenti urgenti e impegnativi. Roberto Repole ne ha indicati cinque, decisamente importanti.

  1. I laici devono prendere sul serio la loro formazione cristiana. Oggi non è più possibile rimanere bambini nella fede, accontentarsi del catechismo appreso nell’infanzia. È necessario approfondire, con umile fatica, la conoscenza – anche teologica – della nostra fede. Essere instancabilmente alla ricerca dell’essenziale del Vangelo di Gesù di Nazaret, consapevoli delle domande e delle scoperte che caratterizzano il tempo di cambiamenti radicali in cui ci troviamo a vivere. Si tratta di prepararsi in maniera seria e continua a portare alla parola il vissuto personale e collettivo dell’esperienza di fede
  2. È urgente una scelta forte e decisa nei confronti della proposta cristiana alle giovani generazioni. Ci troviamo di fronte a un dato di fatto incontestabile. Non esiste più una “società cristiana” nella quale avveniva una trasmissione quasi automatica della fede da una generazione all’altra. E non è certo la formazione acquisita in occasione della “prima comunione” o della “confermazione” che può rispondere a questa nuova esigenza di evangelizzazione.
  3. I laici devono essere capaci di rivalutare seriamente i “luoghi” della vita (famiglia, lavoro, società in tutti i suoi aspetti), come ambito in cui si realizza il loro specifico ministero. Nella consapevolezza, da un lato, che la trasmissione della fede è affidata soprattutto alla bellezza e alla bontà delle vite che suscita, dall’altro, che il cristianesimo non è una dottrina ma una vita vissuta sotto lo sguardo di Dio.
  4. I laici devono liberarsi dalla “mentalità gerarchica” ancora oggi diffusamente presente sia tra di loro, sia in chi svolge il servizio come ministro ordinato. Sulla base della pari dignità data dal battesimo, il ministero ordinato ha il compito di radicare in ogni tempo e luogo la Chiesa sulla testimonianza apostolica: questa è la sua specificità e il suo limite. L’organizzazione gerarchica nella Chiesa ha ragion d’essere, e costituisce un servizio necessario, come garanzia di questa fedeltà apostolica. Ma non comporta e non giustifica quella sorta di sottomissione e dipendenza spesso imposta dal clero (clericalismo attivo) e altrettanto spesso accettata dai laici come una – in fondo comoda – rinuncia alla propria responsabilità (clericalismo passivo).
  5. Ne segue che, da parte di tutti, occorre ritrovare o trovare il coraggio di far sentire la propria voce, quando questa esprime, nella comunità cristiana di cui tutti fanno parte, un pensiero che nasce dal serio e perseverante ascolto del Vangelo. La richiesta che Francesco ha fatto ai vescovi riuniti nel Sinodo sulla famiglia «parlare con parresia e ascoltare con umiltà», «dire tutto quello che nel Signore si sente di dovere dire»,[32] vale anche per i laici presenti, ad esempio, negli organismi pastorali di comunione e partecipazione. Dubbi, perplessità e fatiche non vanno abbandonati, ma esplicitati con rispetto e libertà. Nessuno può ritenersi esonerato dal portare il proprio contributo ovunque ci si interroghi sui compiti attuali dell’evangelizzazione e sul “che fare” per trasmettere la bellezza cristiana in modo efficace e attraente.

[1] Cf. Settimananews.it n. 18 (dal 25 aprile al 1° maggio).
[2] Misericordiae vultus n. 12.
[3] Misericordiae vultus n. 6.
[4] Misericordiae vultus n. 1.
[5] Misericordiae vultus n. 10.
[6] Misericordiae vultus n. 15.
[7] Evangelii gaudium n. 191.
[8] Intervento durante la veglia di preghiera in occasione del Giubileo della Divina Misericordia (2 aprile 2016).
[9] Udienza generale (3 settembre 2014).
[10] Evangelii gaudium n. 198.
[11] Lumen gentium n. 8.
[12] Evangelii gaudium n. 187.
[13] Evangelii gaudium n. 195.
[14] Lumen gentium n. 9.
[15] Intervista rilasciata nell’agosto/settembre 2013 a La Civiltà Cattolica.
[16] Evangelii gaudium n. 120.
[17] Ad gentes n. 6.
[18] Evangelii gaudium n. 17
[19] Laudato si’ n. 3.
[20] Papa Francesco, veglia di Pentecoste con i movimenti e le associazioni laicali (18 marzo 2013).
[21] Evangelii gaudium n. 24
[22] Papa Francesco, Messaggio alla Fuci (14 ottobre 2014).
[23] Evangelii gaudium n. 35.
[24] Incontro con i vescovi degli Stati Uniti d’America (23 settembre 2015).
[25] Unitatis redintegratio n. 11.
[26] Si fa qui riferimento al discorso pronunciato il 17 ottobre 2015 in occasione della commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi.
[27] Evangelii gaudium n. 102.
[28] Lumen gentium n. 31.
[29] Lettera al card. Marc Ouellet, presidente della Pontificia commissione per l’America Latina, del 19 marzo 2016.
[30] Lumen gentium n. 12.
[31] Discorso al clero, alle persone di vita consacrata e ai membri dei consigli pastorali (Assisi, 4 ottobre 2013).
[32] Saluto ai padri sinodali durante la congregazione generale della 3ª assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi, 6 ottobre 2014.

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