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La speranza della Chiesa nei fedeli laici delle Chiese locali

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di Alexandre Awi Mello, ISch (Istituto Secolare dei Padri di Schoenstatt)

Discorso conclusivo del Segretario del Dicastero dei Laici, la Famiglia e la Vita, padre Alexandre Awi Mello, all’Incontro internazionale “Promozione e formazione dei fedeli laici: buone pratiche, organizzata dal Dicastero dal 26 al 28 settembre 2018. Nostra traduzione dallo spagnolo. Il grassetto e il corsivo sono nell’originale.

[…] Abbiamo voluto mettere come titolo di questa riflessione finale: la speranza (o le aspettative) della Chiesa nei fedeli laici delle Chiese locali. I cristiani laici “sono semplicemente l’immensa maggioranza del popolo di Dio “(EG 102), la speranza della Chiesa è la speranza dei laici in se stessi, sempre in comunione con i loro pastori e con i religiosi. Non si tratta di speranza (o delle aspettative) della gerarchia, né del dicastero per quanto riguarda i laici, ma la speranza (o le aspettative) del Popolo di Dio, composto per lo più da cristiani laici.

Senza dubbio, sono grandi speranze. Penso che fra le prime e fondamentali ci sia che il laico cristiano conosca la sua identità all’interno del Popolo di Dio, la sua dignità e allo stesso tempo la sua missione nella Chiesa e nella società. L’ignoranza di questa identità rende molti laici passivi o, in alcuni casi, “più clericali del clero”. L’ignoranza a questo punto è molto più grande di quanto pensiamo…

La consapevolezza di questa identità implica un’altra speranza: quella di essere riconosciuti e valorizzati, per quello che esprimete non solo con le parole, ma con veri spazi di partecipazione e realizzazione del vostro essere cristiani. Quel “lasciarli” agire, esprimersi, discutere, per consentirvi di esercitare il vostro ruolo di guida, che va sempre di pari passo con iniziativa e creatività. E tutto questo non solo internamente (nella Chiesa), ma nella società.

Noi sacerdoti, soprattutto se siamo parroci, dobbiamo superare la mentalità che “un buon laico è un laico che lavora nella Chiesa”. Questa è una visione riduttivo e pericolosa[1]. Un buon laico è colui che vive il suo essere cristiano nella sua vita quotidiana, nella sua famiglia, nel suo lavoro, nella vita sociale, negli areopaghi moderni. Anche nella Chiesa, ma non esclusivamente e nemmeno come prima missione. Là dove il Signore l’ha piantato, lì dovrebbe prosperare. La sua prima missione è nel mondo, la santificazione delle realtà terrene, dove sacerdoti e religiosi non riescono sempre da arrivare, ma che è il campo proprio dell’azione secolare. È stato richiamata più volte in questo incontro la denuncia del Papa in EG 102: “Anche se si nota una maggiore partecipazione di molti ai ministeri laicali, questo impegno non si riflette nella penetrazione dei valori cristiani nel mondo sociale, politico ed economico. Si limita molte volte a compiti intraecclesiali senza un reale impegno per l’applicazione del Vangelo alla trasformazione della società. La formazione dei laici e l’evangelizzazione delle categorie professionali e intellettuali rappresentano un’importante sfida pastorale.”.

In questa area, il laico cristiano non ha bisogno di alcun mandato o autorizzazione da parte del parroco o dell’autorità ecclesiale[2]. Lo fa per la forza dei Sacramenti di iniziazione cristiana. Evangelizza con la sua presenza cristiana e il suo esempio. Naturalmente ci si aspetta che lo faccia in comunione e in uno spirito di corresponsabilità con gli altri membri della Chiesa, siano essi laici, religiosi o pastori. Ma anche i laici sperano che altri li sostengano e li accompagnino nella  missione secolare. E, allo stesso tempo, che ci si riferisca loro nei campi in cui sono i veri specialisti, secondo le diverse professioni che esercitano, ma anche nella vita pubblica, sociale e familiare[3].

Da qui l’importanza di sostenere e consultare i politici cristiani, gli imprenditori cristiani, operatori cristiani, comunicatori cristiani, genitori e nonni cristiani, sindacalisti, insegnanti, medici, avvocati e molte altre “categorie” di cristiani…

C’è ancora una legittima speranza di essere accompagnati nella propria missione dai Pastori[4], da religiosi o da altri cristiani laici. Il tema dell’accompagnamento – e il tema del discernimento, con il quale è normalmente collegato – ha preso forza nel pontificato di Francesco. Il Papa dice in EG 169: “In questo mondo i ministri ordinati e gli altri operatori pastorali possono rendere presente la fragranza della presenza vicina di Gesù ed il suo sguardo personale. La Chiesa dovrà iniziare i suoi membri – sacerdoti, religiosi e laici – a questa “arte dell’accompagnamento”, perché tutti imparino sempre a togliersi i sandali davanti alla terra sacra dell’altro (cfr Es 3,5). Dobbiamo dare al nostro cammino il ritmo salutare della prossimità, con uno sguardo rispettoso e pieno di compassione ma che nel medesimo tempo sani, liberi e incoraggi a maturare nella vita cristiana”.

Un’ultima aspettativa che vorrei menzionare – ce ne sono sicuramente molte altre – è avere l’accesso a una formazione adeguata, per la difficile missione che hanno i laici nel mondo oggi. Era il tema principale che ci ha riuniti in questi giorni. San Giovanni Paolo II, in Christifideles laici, la “magna carta” del laicato universale, dice che “la formazione dei fedeli laici va posta tra le priorità della diocesi e va collocata nei programmi di azione pastorale in modo che tutti gli sforzi della comunità (sacerdoti, laici e religiosi) convergano a questo fine”(ChL 57). Il Papa continua a spiegare che la formazione dei laici cristiani:

  • “ha come obiettivo fondamentale la scoperta sempre più chiara della propria vocazione e la disponibilità sempre più grande a viverla nel compimento della propria missione“(ChL 58).
  • deve essere vissuto in unità (comunione) con gli altri membri della Chiesa e come cittadini della società umana (cfr. ChL 59)
  • deve anche essere una formazione integrale (ChL 60), ovvero:
    • spirituale (incontro con Gesù, nella preghiera, i sacramenti,…)
    • dottrinale (Catechismo, Dottrina Sociale della Chiesa,…)
    • pastorale (missionario, apostolico, con la Parola e la testimonianza della vita,…)
    • umano (dignità e valori umani…)

(Nel nostro dialogo diverse Conferenze hanno manifestato questa consapevolezza. La CEI ha detto: formazione “integrale, personale e permanente“. Ha anche parlato di auto-formazione, che mi sembra una dimensione molto importante).

Christifideles laici si interroga ancora sui luoghi e sui mezzi della formazione cristiana dei fedeli laici; quali sono le persone e le comunità chiamate ad assumersi il compito della formazione integrale e unitaria dei fedeli laici. (E vale la pena tornare al ChL 61). I luoghi sono le Conferenze episcopali, le diocesi, parrocchie, associazioni, piccole comunità, centri di spiritualità, oratori, santuari e altri; è fondamentalmente la famiglia; ma anche il scuole e le università.

Per i  formatori, si parla di pastori, religiosi e laici, in una “formazione condivisa” (come dice la CEI). Ma questo non nega il valore speciale di una formazione fatta dai laici per laici. Associazioni e movimenti possono fornire un grande servizio in questo campo, ma ci possono anche essere scuole di formazione promosse dalle parrocchie, dalle diocesi e dalle Conferenze episcopali. Ne abbiamo visti diversi esempi qui.

L’importante è non escludere nessuno, perché “La formazione non è il privilegio di alcuni, bensì un diritto e un dovere per tutti. I Padri sinodali al riguardo hanno detto: «Sia offerta a tutti la possibilità della formazione, soprattutto ai poveri, i quali possono essere essi stessi fonte di formazione per tutti», e hanno aggiunto «Per la formazione si usino mezzi adatti che aiutino ciascuno ad assecondare la piena vocazione umana e cristiana». Ai fini d’una pastorale veramente incisiva ed efficace è da svilupparsi, anche mettendo in atto opportuni corsi o scuole apposite, la formazione dei formatori. Formare coloro che, a loro volta, dovranno essere impegnati nella formazione dei fedeli laici costituisce un’esigenza primaria per assicurare la formazione generale e capillare di tutti i fedeli laici”. (ChL 63)

I mezzi devono essere, in realtà, tutti possibili. Oggi è molto semplice lavorare “in una rete”, sia faccia a faccia che a distanza (come detto più volte), nella parrocchia, case, gruppi o comunità, movimenti, consigli di laici, gruppi di professionisti, lavoratori, ecc.

Se mi permettete un’ultima provocazione, vorrei invitarvi a sfidare le vostre Conferenze Episcopali a fare “un’opzione preferenziale per i laici“. Non posso non menzionare – non senza un motivo di sano orgoglio – l’esempio dei miei compatrioti, cioè della mia Chiesa di origine: la proclamazione di un “Anno dei Laici” è un’occasione unica per evidenziare il luogo e missione dei laici nella Chiesa e nel mondo.

Parlo di un’opzione preferenziale, che ovviamente non è esclusiva, poiché il laico è compreso solo nella comunione del Popolo di Dio. Preferenziale, non perché sia più importante degli altri stati della vita, ma a causa dell’urgenza del tempo presente e della necessità di una “Chiesa in uscita”, “nel mondo”, che è il luogo appropriato dei laici. Inoltre, l’opzione per i laici implica l’opzione per la famiglia, per i giovani, per i poveri, per la vita del mondo …

Dopo il Concilio fu detto che era “l’ora dei laici“, ma il Papa – nella sua così tante volte citata lettera alla Commissione per l’America Latina – ha detto: “Ricordo ora la famosa frase: “è l’ora dei laici” ma sembra che l’orologio si sia fermato. Guardare al Popolo di Dio è ricordare che tutti facciamo il nostro ingresso nella Chiesa come laici (…) Il Santo Popolo fedele di Dio è unto con la grazia dello Spirito Santo, e perciò, al momento di riflettere, pensare, valutare, discernere, dobbiamo essere molto attenti a questa unzione. “(Francesco, Lettera a Ouellet)

Questo incontro ha dimostrato che, grazie a Dio, quell’orologio non si ferma. A volte la batteria sembra debole, a volte è tardi, è più lento del previsto, ma vi invito a continuare a  “dargli corda”, a “ricaricare la batteria”. Meglio, colleghiamolo direttamente con lo Spirito Santo che lo fa funzionare secondo la volontà e il piano di Dio (come Internet che regola automaticamente l’orologio quando ci spostiamo dal fuso ore).

La “opzione preferenziale per i laici” è l’assicurazione di una “Chiesa in uscita”, mossa dal potere del battesimo e dall’unzione dello Spirito sul santo popolo fedele di Dio, come dice il Papa. Francesco e il nostro Dicastero contano su di voi. Facciamo insieme questa opzione preferenziale. Abbiamo il vostro esempio, il vostro supporto, il vostro lavoro, la vostra amicizia e la vostra preghiera. Grazie mille


[1] ” Molte volte siamo caduti nella tentazione di pensare che il laico impegnato sia colui che lavora nelle opere della Chiesa e/o nelle cose della parrocchia o della diocesi, e abbiamo riflettuto poco su come accompagnare un battezzato nella sua vita pubblica e quotidiana; su come, nella sua attività quotidiana, con le responsabilità che ha, s’impegna come cristiano nella vita pubblica. Senza rendercene conto, abbiamo generato una élite laicale credendo che sono laici impegnati solo quelli che lavorano in cose “dei preti”, e abbiamo dimenticato, trascurandolo, il credente che molte volte brucia la sua speranza nella lotta quotidiana per vivere la fede.” (Francesco, Lettera al Card. Ouellet, 19/03/2016)

[2] “Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti. Come pastori, uniti al nostro popolo, ci fa bene domandarci come stiamo stimolando e promuovendo la carità e la fraternità, il desiderio del bene, della verità e della giustizia. Come facciamo a far sì che la corruzione non si annidi nei nostri cuori”. (Francesco, Lettera al Card. Ouellet, 19/03/2016)

[3] “Ovviamente è impossibile pensare che noi come pastori dovremmo avere il monopolio delle soluzioni per le molteplici sfide che la vita contemporanea ci presenta. Al contrario, dobbiamo stare dalla parte della nostra gente, accompagnandola nelle sue ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alla problematica attuale. E questo discernendo con la nostra gente e mai per la nostra gente o senza la nostra gente. Come direbbe sant’Ignazio, “secondo le necessità di luoghi, tempi e persone”. Ossia non uniformando. Non si possono dare direttive generali per organizzare il popolo di Dio all’interno della sua vita pubblica”. (Francesco, Lettera al Card. Ouellet, 19/03/2016)

[4] “Significa cercare il modo per poter incoraggiare, accompagnare e stimolare tutti i tentativi e gli sforzi che oggi già si fanno per mantenere viva la speranza e la fede in un mondo pieno di contraddizioni, specialmente per i più poveri, specialmente con i più poveri. Significa, come pastori, impegnarci in mezzo al nostro popolo e, con il nostro popolo, sostenere la fede e la sua speranza. Aprendo porte, lavorando con lui, sognando con lui, riflettendo e soprattutto pregando con lui”. (Francesco, Lettera al Cardinale Ouellet, 19/03/2016)

 

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